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La palla di vetro (Seconda parte).

Il maestro e Clara, davanti alla soglia della torre, erano eccitati come dei bambini.

Finalmente avrebbero scoperto la verita’!

Sarebbero entrati e avrebbero trovato chissa’ quale tesoro, quel tesoro che tanto avevano immaginato, nei loro discorsi di bambini, di tanti anni fa.

Non c’era la porta, o meglio, la porta esisteva, ma tanto tempo fa, adesso colpa del tempo trascorso, della pioggia, del vento e del caldo torrido dell’estate, della porta erano rimaste soltanto le cerniere.

Era molto buio dentro, ma Clara aveva portato delle torce anche per loro due, cosi potevano illuminare il percorso.

Davanti a loro c’era un lungo e stretto corridoio fatto di vecchi mattoni spessi. 

I mattoni che si usavano al tempo in cui la torre fu costruita.

Nessuna cosa o nuova costruzione adesso veniva fatta di quel materiale.

Il percorso era pieno di ragnatele; questo voleva dire che dei ragni adesso abitavano la torre, si ma chissa’ quali ragni.

L’aria era pesante, irrespirabile.

Ma la curiosita’ era piu’ forte di qualsivoglia paura, ed il maestro e Clara andarono avanti.

Il lungo ed angusto corridoio finiva ai piedi di una scalinata ripidissima. Fatta sempre di mattoni.

Bisognava salire, per scoprire cosa nascondesse una volta arrivati in cima.

Sulle pareti della scala c’erano delle vecchie fiaccole abbandonate, sentore che ai tempi della torre, la corrente elettrica non era ancora stata inventata.

“Bene!” Non faceva che ripetere Clara: “Tutto molto affascinante!”

Il maestro invece osservava in silenzio tutte quelle scoperte.

Arrivati alla cima della torre, dopo molte, moltissime scale, trovarono una stanza buia, illuminata solo da un piccolo lucernario.

La luce che proveniva dal lucernario, lasciava illuminato soltanto un piccolo tavolino da caffe, mangiato dalle termiti.

Sopra il tavolino, nascosta da un telo, si scorgeva la forma di una palla.

Clara e il maestro mossero passi incerti verso quell’unico oggetto della stanza.

Chissa’ cosa c’era sotto il telo e poi perche’ abbandonare quell’oggetto li’, per chissa quanti anni.

Il maestro cerco’ di togliere via il telo, per scoprire il mistero.

Ma appena messe le mani sulla stoffa un ragno provo’ a morderlo. 

Spaventato il maestro fece un passo indietro, poi in un secondo afferro’ un barattolo dal suo kit dell’esploratore e catturo’ il ragno.

Con calma in classe avrebbe mostrato ai ragazzi l’insetto e lo avrebbero studiato insieme.

Clara si accerto’ non ci fossero altri strani animali nella stanza, con l’aiuto della sua torcia e di un bastone preso poco prima di entrare nella torre.

Il maestro questa volta era pronto e con un colpo secco tolse via il telo.

Una enorme palla di vetro era il motivo di tanto mistero!

Non una sfera di cristallo, era proprio una palla di vetro!

Non si leggeva il futuro l dentro, quella era roba per maghi.

Li dentro, sommersa dalla polvere, c’erano degli oggetti, oggetti di tutti i giorni, messi li dentro da chissa chi, per chissa quale motivo.

Il maestro cerco’ di pulire col telo la circonferenza della palla, in modo da vedere meglio cosa contenesse.

C’erano una vecchia borraccia, una candela consumata, una clessidra, un dado, un serpente di gomma, una biglia di vetro e una piccola piramide.

Il maestro cerco’ di prendere in mano la palla, ma era pesantissima, non riusciva proprio ad alzarla da li.

Chissa come faceva quel tavolino malandato a sorreggerla da tutti quegli anni.

Nel frattempo i ragazzi si erano affacciati alla soglia della torre: volevano entrare anche loro, la partita era finita e si stavano annoiando.

Iniziarono a chiamarli, ma il maestro e Clara, rapiti dalla loro scoperta, avevano dimenticato di rispondere, cosi’ i bambini decisero di entrare.

Grazie alle torce del kit di Clara ed al percorso obbligato arrivarono in un battibaleno anche loro davanti a quella strana palla di vetro.

Meravigliati dalla scoperta neanche ascoltarono  la ramanzina del maestro, che continuava a ricordargli che non sarebbero dovuti entrare.

Intanto fuori iniziava a tramontare il sole ed il lucernario smetteva di illuminare la palla, che magicamente iniziava ad illuminarsi di luce propria.

Adesso era lei ad illuminare a giorno tutta la stanza, cosi la classe e gli adulti poterono ammirare le pareti della torre, piene di grandi quadri d’autore e opere in marmo.

Possibile che prima quella meraviglia fosse nascosta dal buio?

Il muro era molto alto, e le pareti, seppur piccole, contenevano in altezza tutte le meraviglie del mondo.

Nei quadri erano rappresentati degli eroi le loro gesta, ma anche donne gatto, animali feroci, stregoni e bambini dagli occhi d’oro.

Ancora piu’ mistero.

Clara avvicino’ le sue mani sulla palla e questa si apri in due.

Gli oggetti al suo interno schizzarono fuori in un lampo.

Il dado colpi la testa del maestro e cadde a terra indicando il numero uno.

La clessidra inizio’ a misurare il tempo con la sua sabbia, mentre la biglia inizio’ da sola a muoversi nella stanza.

Il  serpente in realta’ non era di gomma, era vivo e si aggrappo’ al braccio di Clara, cercando di stritolarlo.

La palla di vetro. (Prima parte)

In un posto incantato, qualche tempo fa esisteva una torre.

Non un castello, solo una torre. 

Abbandonata tra la natura, dimenticata da chissa’ quale storia, rimasta senza un guardiano. In compagnia solo del vento.

Nessuno sapeva cosa ci fosse all’interno.

In verita’, nessuno credeva ci fosse dentro qualcosa, nessuno, tranne un gruppetto di bambini in gita scolastica. 

Era una classe di quinta elementare, capitata in quel bosco grazie al loro maestro di scienze, che voleva studiare insieme ai suoi ragazzi, la flora e la fauna, in un posto dove il progresso non era ancora arrivato.

Il maestro sapeva di quella torre abbandonata, perche’ da ragazzo era gia’ stato in quel posto, ma anche allora nessuno sapeva cosa ci fosse all’interno e lui bambino a quel tempo, non aveva avuto il coraggio di entrare.

Non che adesso volesse portarvi la sua classe, non senza una giusta guida, esperta del posto e dei suoi segreti.

Clara era una ragazza che viveva li’ fin da quando era piccola e conosceva ogni piccolo angolo e segreto del suo bosco preferito.

Da piccola passava molto tempo a giocare tra l’erba alta coi suoi amici. Amici che da grandi si erano poi trasferiti, lasciando Clara ad ammirare da sola la vastita’ di quel paradiso. A volte con il naso in un libro, a volte con il naso all’insu’.

Il maestro era uno di quei bambini che tanto tempo fa giocavano con Clara, ed era certo di ricordarsi ancora il numero di telefono di casa dei suoi genitori, cosi’ qualche giorno prima della gita provo’ a telefonare a Clara, sperando che lei si ricordasse di lui.

Superati i convenevoli, il maestro le chiese di tornare con lui e la sua classe nel bosco, proprio dove c’era la torre abbandonata e provare insieme a scoprire quale segreto nascondesse.

Clara nel frattempo non era piu’ una bambina, ma era diventata una bravissima archeologa, cioe’ colei che studia le civilta’ antiche.

Che fortuna per il maestro: aveva trovato in Clara la sua vecchia amica d’infanzia e un valido aiuto per scoprire i segreti della torre.

Durante il viaggio in pullman, il maestro spiego’ ai suoi allievi che il bosco che stavano per visitare era importante a livello scientifico per la moltitudine di piante ed ecosistemi, poi spiego’ il mistero della torre e che una guida li avrebbe accompagnati all’interno per approfondirne lo studio.

All’inizio i bambini non sembrarono molto entusiasti della gita.

Insomma, lo studio andava bene, ma speravano soprattutto che il maestro li avrebbe lasciati un po’ a giocare a pallone sull’erba.

I ragazzi arrivati li’ con il loro pullman, trovarono un paesaggio magnifico ed un odore di terra e di fiori che nelle loro citta’, fatte di smog e cemento, non avevano mai annusato.

Clara era li’, davanti a loro, pronta ad aspettarli.

Aveva preparato per i ragazzi pranzo al sacco e si era munita di piccoli kit da esploratore, per rendere la giornata il piu’ divertente possibile a tutti.

Il kit da esploratore comprendeva: un binocolo, una bussola, una torcia, un contenitore per mettere qualche esemplare di studio, tornati in classe, una lente d’ingrandimento ed una borraccia.

I bambini muniti tutti del loro kit adesso si sentivano dei veri esploratori.

L’avventura poteva iniziare!

La mattinata passo’ girovagando per il bosco, alla ricerca di piante da studiare e piccoli insetti da salutare.

I bambini si divertivano un mondo ad usare gli attrezzi del mestiere: cercare tra le foglie con la lente d’ingrandimento e vedere con la bussola il percorso da seguire.

A pranzo si fermarono lungo il corso di un fiume, nel quale si lavarono le mani per mangiare e riposarsi il tempo necessario per recuperare le forze e giocare finalmente a pallone.

Il maestro e Clara consumarono il loro pranzo all’ombra di un grande albero.

Erano anni che non si frequentavano piu’, ma era come se non si fossero mai lasciati. 

I loro discorsi erano sempre gli stessi. La loro amicizia anche, cosi’ come la loro curiosita’ sulla torre, che da sotto quell’albero potevano ammirare in tutto il suo mistero.

Clara racconto’ come nessuno si fosse mai interessato alla torre e che nessuno del posto ne sapeva molto, per meglio dire, niente.

Lei aveva provato in tutti quegli anni a fare delle ricerche, ma niente di concreto ne era uscito fuori.

Finalmente grazie anche alla telefonata del suo caro amico, il maestro, era pronta ad entrare dentro con lui, ma non era sicura fosse una buona idea portare anche i bambini, senza sapere bene cosa aspettarsi.

Il maestro, che non era uno sprovveduto, acconsenti’ e chiese al capoclasse di controllare gli altri ragazzi, mentre loro erano dentro, e di rimanere esattamente li’, senza muoversi.

Non prima che lui e Clara fossero tornati a prenderli. 

La regina senza corona.

C’era una volta una giovane regina. 

La giovane regina era piena zeppa di gioielli, ma erano sempre gli stessi ed ormai li aveva messi cento e cento volte ancora.

La regina ne aveva cosi’ tanti che invece di tenerli riposti nel normale portagioie,

li teneva in un armadio grandissimo.

L’unico gioiello che non aveva ancora ricevuto in dono era la Corona Reale. 

Questa le sarebbe stata donata dalla sua mamma solo il giorno del suo matrimonio con un re.

Un giorno mentre faceva una passeggiata lungo il fiume incontro’ un giovane ragazzo. 

Ne conosceva tanti di giovani ragazzi la regina, ma lui emanava una luce diversa, come quella di un gioiello.

I due si innamorarono di colpo ed il giovane ragazzo non perse tempo a dichiararle tutto il suo infinito amore.

La regina non era piu’ in se dalla gioia.

Amava moltissimo il giovane ragazzo, anche se lui non era un principe, quindi non sarebbe mai potuto diventare re, ma alla giovane regina questo non importava.

Sua madre invece non avrebbe accettato volentieri per lei il giovane spasimante, cosi’ la regina decise di non dirle niente e parti’ con lui su una terra lontana, in un’isola abitata dai giganti.

Il giovane ragazzo e la regina erano felici e contenti, ma mentre il ragazzo poteva rimanere anche li’ per sempre sull’isola dei giganti, la giovane regina doveva tornare a palazzo, dai suoi sudditi, al suo lavoro, anche se nel suo cuore sarebbe rimasta volentieri con lui.

Il giovane ragazzo l’ultima sera che passarono insieme al chiaro di luna le regalo’ il gioiello piu’ bello, piu’ prezioso e piu’ brillante in pegno del loro infinito amore, con la promessa che presto si sarebbero rincontrati.

La regina torno’ alla sua vita di tutti i giorni, ma senza il ragazzo non era piu’ cosi felice.

L’unica cosa che amava fare era accarezzare il gioiello che le aveva regalato lui: era il suo talismano per scacciare la distanza tra di loro.

Ogni volta che la regina accarezzava il suo gioiello prezioso chiudeva gli occhi e si immaginava ancora sull’isola insieme al suo amore, di nuovo insieme e felici. 

Anche il ragazzo pensava sempre alla sua regina lontana che gli mancava tanto.

Ogni giorno si sedeva in riva al mare, sopra di uno scoglio molto alto e con il suo binocolo controllava sempre il mare, sempre aspettando chissa’…magari la nave della regina che tornava da lui a trovarlo.

Ma la regina aveva i suoi sudditi, il suo palazzo, il suo lavoro, non poteva tornare, e poi la mamma della regina non avrebbe mai permesso di sposare un semplice uomo che non era un principe: lei per sua figlia voleva solo un re, ma di re da molto tempo, non se ne vedeva nemmeno l’ombra….chissa’ perche’!

Senza re la regina non avrebbe mai potuto indossare la bellissima Corona Reale fatta di diamanti e zaffiri e mille altre pietre preziose.

Un giorno sul regno della giovane regina si abbatte’ una grande alluvione. 

Piovve incessantemente per giorni, molti giorni, anzi tantissimi, cosi’ tanti che il regno rimase sommerso dalle acque e tutti gli abitanti si rifugiarono sulla torre del castello della regina.

La regina era disperata, non sapeva e non poteva fermare quel disastro.

Come avrebbe voluto vicino il suo amato adesso.

Ed intanto mentre pensava a lui, stringeva il suo gioiello.

Il giovane ragazzo sempre steso sulla roccia, nella terra dei giganti, continuava a guardare col suo binocolo al di la’ del mare e si accorse di lampi, tuoni e fulmini che si abbattevano sul regno della povera regina.

Senza pensarci due volte con un grido di aiuto chiamo’ gli abitanti dell’isola, i giganti e senza navi o barche o aerei raggiunse sulle spalle del piu’ forte di loro il regno della sua amata.

I giganti infatti soltanto camminando potevano arrivare di qua e di la’ dal mare come se stessero attraversando un piccolo ruscello.

Cosi’ il giovane ragazzo arrivo’ in un battibaleno dalla sua amata per salvarla.

Il gigante, su ordine del giovane ragazzo, si carico’ in spalla anche tutti gli altri sudditi.

Qualcuno se lo mise in tasca, piccoli come erano, altri si lasciarono dondolare all’interno delle sue giganti orecchie, altri ancora si sdraiarono comodi nel suo cappello. 

Tutti riuscirono a salvarsi ed approdarono felici nella terra del ragazzo e dei giganti.

Su questa isola fantastica nessuno aveva bisogno di re e regine, vivevano tutti di comune accordo e senza intralciare i modi di vivere dell’altro.

La regina e sua mamma qui, non avevano alcun potere sui loro sudditi, ma stranamente cio’ non le rendeva tristi, anzi erano felici di poter essere solo una figlia ed una mamma. Persone come le altre.

E soprattutto la regina adesso poteva rimanere accanto al suo amore senza piu’ nessuno dei suoi gioielli e senza aspettare nessuna corona, solo col suo amato e con quell’unico gioiello che propio lui le aveva regalato.

La scimmia impertinente.

C’era una scimmia,

una scimmia sagace,

che Rilo non voleva mai lasciare in pace.

Il canarino provava a giocare

e lei prontamente si dava da fare:

russava, brontolava, tirava le noccioline…

e Rilo paziente cambiava direzione.

Poi di nuovo Rilo inventava una canzone

e dietro la scimmia fingeva di avere un allucinazione!

Che scimmia impertinente

non ti permetteva di fare un bel niente!

Rilo poverino, correva a perdifiato

pur di non trovarla dietro al prossimo isolato,

ma lei astuta e sempre pronta

lo aspettava dietro l’angolo gioconda:

“Rilo, dove vuoi andare?”

Chiedeva impunemente il primato indisponente.

Rilo poverino

voleva nascondersi in un camino,

di una piccola casetta

dove viveva una bimbetta.

La bimbetta piccolina

apri’ veloce la porta della cucina

fece entrare il canarino

che si nascose sotto il lavandino.

La bimbetta per salvarlo

porto’ in cucina il suo pupazzo,

era un buffo pagliaccetto

che alla scimmia faceva un brutto effetto:

una paura da gigante,

che la faceva scappare all’istante

Finalmente Rilo era stato liberato

dalle grinfie del macaco!

Torno’ quindi felice e sorridente

a girare tra la gente!

La bimbetta soddisfatta

un nuovo amico aveva trovato:

Rilo il canarino, dal manto fatato!


La volpe dell’aurora.

C’era una volta una volpe.

Questa volpe qui era molto molto bella, ma della sua bellezza non sapeva cosa farsene, perche’ non aveva amici con cui condividerla, nemmeno un innamorato che la riempisse di complimenti.

Era una bellezza fine a se stessa.

La volpe della sua bellezza era molto fiera, ma non voleva passare i suoi giorni a rimirarsi nello specchio d’acqua del ruscello.

Lei non aveva bisogno di contemplarsi da sola, non le bastava.

Lei voleva essere ammirata da tutti.

Un giorno decise quindi di mostrare la sua bellezza nel bosco e cerco’ di costruirsi una statua. Una statua di certo non sarebbe passata inosservata agli occhi di chi sarebbe giunto li, anche solo per puro caso.

Ma poverina non era cosi brava nel fare le statue, infatti piu’ che una bellissima volpe era riuscita a raffigurare una specie di brutto topo.

Abbandonata l’idea della statua, decise di raffigurarsi in un bel disegno libero, ma anche con carta e matita non riusciva a rendere l’idea della sua bellezza.

I suoi pregi erano difficili da rappresentare!

Eppure la volpe non voleva fare nulla di male, voleva solo far ammirare a tutti cio’ che di bello aveva lei. Non sapeva cos’altro inventarsi per mettere in moto il suo essere bella.

Un giorno aveva nevicato cosi tanto che per passare un po’ il tempo aveva deciso di montare in groppa ad un grosso tronco d’albero caduto e slittare per tutta la landa.

La sua coda vaporosa pero’ non era salita sul tronco insieme a lei, ma anzi, la volpe, la stava usando come timone, per direzionare la sua veloce discesa e non andare a sbattere.

Non si era accorta che la sua bellissima coda, appoggiata sulla neve produceva dei flussi luminosi, di un intenso colore di verde e di tutte le sue sfumature.

La persone uscirono dalle loro case ed accorsero a vedere quei luminosi ed incredibili giochi di colori che si levavano verso il cielo.

La volpe era felice di manifestare e di riuscire a creare cosi tanta bellezza, cosi particolare che i cittadini chiamarono questo incredibile fenomeno, i fuochi della volpe!

E fu cosi che lei, che voleva essere ammirata, ma non sapeva ne scolpire una statua, ne disegnare a mano libera, aveva con la sua coda…

…creato l’aurora!

La zebra coraggiosa.

In una notte buia, in mezzo alla savana, un suono lontano mille stelle faceva eco da chissa’ quale orizzonte.

Non era un allarme, impossibile nella savana, forse il fischio di qualche cacciatore? No, vi state sbagliando: era l’urlo di una zebra coraggiosa che senza fermarsi un istante stava correndo a dare una mano ad un elefante, rimasto impigliato senza ragione tra

due grossi tronchi d’albero.

L’elefante era intento a rincorrere una lucciola, ma nel buio della notte, non si era accorto di quei due alberi troppo vicini tra di loro, lui, impegnato nell’inseguimento, non aveva calcolato bene le distanze.

Correva dietro alla lucciola senza pensare che se avesse proseguito per quell’anfratto, non sarebbe uscito intatto.

In un secondo infatti rimase impigliato con tutte e due le zanne nei tronchi d’albero, senza riuscire piu’ a venirne fuori.

Un gran bel guaio!

Non voleva passare la notte tutto solo lontano dal branco, chissa’ a quanti pericoli poteva andare incontro.

Inizio’ ad urlare cosi forte che li vicino a dove si era impigliato, una zebra, ma non una semplice zebra, una zebra super coraggiosa, si sveglio’ dal pisolino e corse a vedere di cosa si trattasse.

Quando si trovo’ il grosso sederone dell’elefante in mezzo a due tronchi d’albero, subito capi’ cosa fosse accaduto e inizio’ a ridere e ridere e ridere.

Rideva a crepapelle!

L’elefante si vergognava tantissimo di farsi vedere in quelle condizioni dalla zebra insolente e si giustifico’ dicendo:

“Io stavo solo giocando. Pensa se la stessa cosa fosse accaduta a te: hai mai provato ad inseguire una lucciola? Ti rendi conto che per un elefante grande e grosso come me come puo’ essere strano inseguire un esserino cosi piccolo capace di volare? Riesce a dare la sensazione di volare anche a me, che sono invece cosi pesante!”

La zebra poverina non riusciva a smettere, nonostante le parole dell’elefante, ma anzi, rideva ancora piu’ forte, tanto da cadere all’indietro e dare una sederata sul terreno!

Adesso almeno anche l’elefante rideva di gusto e inizio’ a placare la sua avvenenza: “Quando hai finito di ridere di me ti spiacerebbe provare a darmi una mano?”

La zebra inizio’ a far dei tentativi.

Prima provo’ tirando forte la coda dell’elefante. Voleva tirarlo via di li aggrappandosi alla sua coda, ma capi’ grazie anche alle urla dell’elefante che questa forse non era esattamente una buona idea.

“Ti prego basta, non resisto, trova un’altra idea per tirarmi via da qui!” Implorava l’elefante.

La zebra allora uso’ i suoi zoccoli per spingere il sederone dell’elefante in avanti, ma il grosso animale non si muoveva di un millimetro.

Provo’ a fargli trattenere il fiato cosi il suo testone si sarebbe rimpicciolito e le zanne si sarebbero liberate da sole, ma nemmeno questa soluzione riusciva ad aiutare l’elefante.

La zebra esausta e senza piu’ idee, disse:

“E va bene amico mio, non mi rimane che cercare aiuto: mostrami dove si e’ accampato il tuo branco ed io andro’ a parlare col tuo capo e lo portero’ qui per farti uscire!”

“Vuoi andare tu da solo a cercare aiuto? In questa notte cosi nera? Ti avviso se tu vai a cercare il mio capo branco lui si arrabbiera’ moltissimo, prima con te che l’hai svegliato e poi con me per questa marachella! Domani mattina presto noi dobbiamo partire per le vacanze!”

Ma la zebra fu irremovibile! Ormai aveva deciso che doveva tirarlo fuori di li e per fare cio’ aveva bisogno di qualcuno che fosse grosso quanto il suo amico.

Corse di buona lena all’accampamento e arrivato inizio’ ad urlare per svegliare tutti.

Il capo branco divenne subito vigile e si fece raccontare tutto l’accaduto.

Dapprima si arrabbio’ moltissimo, con la zebra per averlo svegliato e poi con l’elefante per il guaio combinato.

Ma la zebra non aveva corso tutta la notte per sentire un vecchio elefante anziano borbottare cosi’ tanto, e gli rispose per le rime:

“Senti tu, re del tuo reame, cosa pensi che io sia venuto qui a fare?

Invece di far tutto questo mormorare devi darti una mossa se lo vuoi aiutare o forse non hai voglia anche tu di tornare a sognare?

Il gruppo lo sai bene tu, non si deve mai separare, ma se questo accade, la colpa non e’ mai di chi si allontana, ma di chi lo ha lasciato fare senza insegnargli come si puo’ salvare!”

Il capo branco all’udir queste parole fece un barrito gigantesco dalla rabbia svegliando anche tutti gli altri animali della savana, ma sua moglie che aveva sentito tutto con fare niente affatto titubante ordino’ al marito di andare a risolvere la situazione.

Il capo col suo branco si mise in marcia.

Arrivati al punto, gli elefanti provarono a spingere il povero malcapitato in tutte le direzioni, ma niente sembrava funzionare.

La zebra che era ancora li con loro a dare soccorso penso’ che se tutti i piu’ grandi animali  non riuscivano nell’intento, forse con un piccolo animale avrebbero risolto ed ando’ di corsa a cercare un picchio!

Appena ne trovo’ uno lo mando’ a chiamare anche tutti gli altri suoi amici! Servivano rinforzi!

Radunati i picchi iniziarono a battere chi su un tronco chi su un altro con tutte le loro forze, liberando all’alba le zanne del povero elefante.

I picchi furono cosi’ bravi nella loro impresa che picchiettando avevano scolpito nei tronchi la faccia della zebra, che in una notte per salvare un amico aveva tenuto in piedi tutti gli animali della savana!


L’allergia di Ser Serpente.

La primavera aveva spazzato via il freddo nella fattoria di Sole regalando al giorno ore di sole piu’ lunghe ed un leggero vento primaverile che accarezzava i capelli ed i peli, di Sole e dei suoi amici animali.

Tutti erano allegri e pieni di vitalita’ ed affrontavano i giorni con gioia ed allegria, tutti tranne Ser Serpente, che ogni giorno arrivava in fattoria sempre piu’ stanco e raffreddato.

Questo non era un buon momento per Ser Serpente. Lo sapeva Sole e anche Mauretto l’orsetto e tutti gli altri.

Ser Serpente in questo periodo dell’anno soffriva di una forte allergia, dovuta al polline che volava nell’aria grazie al pappo dei pioppi.

Il venticello di questi giorni infatti portava con se’ grossi fiocchi di pappo, simili a fiocchi di neve, che portano semi di qua e di la’ tra e piante, raccogliendo nel percorso anche piccolissime particelle di polline, che vola nell’aria e sul povero Ser Serpente, costringendolo a starnutire appena soffiava un po’ di vento.

Non era solo un problema di starnutire, ma anche di occhi gonfi che impedivano a Ser Serpente di leggere le sue storielle al tramonto, ed un leggero malessere generale.

Ser Serpente era molto scocciato della situazione, perche’ non c’era nulla che potesse fare per far passare la sua allergia.

Doveva solo munirsi di pazienza ed aspettare qualche giorno che il suo povero naso e il resto del suo corpicino strisciante, si abituasse a quella nuova condizione perche’ la sua allergia sparisse da sola cosi’ come si era presentata.

Per lui non era certo una bella situazione, ma agli altri invece veniva sempre un po’ da ridere, perche’ ogni volta che Ser Serpente starnutiva, lo faceva con cosi’ tanta enfasi che gli occhialetti gli cadevano dal musetto e volavano come minimo a mezzo metro da lui.

Cosi’ poi per ritrovarli povero serpente miope come una talpa doveva sempre chiedere aiuto a Sole o a Mauretto.

“Ma quando si decide questo polline ad atterrare a terra e lasciarmi in pace?”

Commentava Ser Serpente triste, quando la sua allergia si faceva piu’ forte.

Sole, sorridendo, cercava sempre di consolarlo, ricordandogli quanto il polline sia importante per la fattoria e per tutti noi, perche’ permette agli alberi, ai fiori e alle piante di crescere e di diventare belli e forti!

“E..e….ecciu’!” Starnutiva Ser Serpente mentre Sole spiegava la storia del polline.

Ed ancora: “E..e….ecciu’!” Starnutiva ancora il serpente poverino. E di nuovo gli occhiali di Ser Serpente volarono mezzo metro da lui e mentre Sole cercava di buona pazienza di trovarli si presento’ davanti a loro due Mauretto l’orsetto, che felice, mostrava a Ser Serpente la sua invenzione:

“Amico mio, ho io la soluzione al tuo problema!”

E tiro’ fuori da dietro la schiena un casco da apicoltore con mascherina! In realta’ quel casco era di Mauretto, se lo era costruito da solo per andare di nascosto a prendere un po’ di succoso miele dalle api ogni volta che ne rimaneva senza, ma aveva fatto sufficienti provviste per prestarlo per qualche giorno a Ser Serpente.

“Con questo casco in testa vedrai che ti sentirai subito meglio e smetterai di starnutire”

Spiegava orgoglioso la sua idea Mauretto.

Ser Serpente non poteva far altro che dar retta a Mauretto e provarsi il casco.

Gli stava un po’ grande in effetti, ma almeno il polline non gli arrivava direttamente sul naso

e con quella armatura riusciva a tenere a bada la sua allergia.

Felici i due andarono in giro per la fattoria a raccontare la geniale idea di Mauretto l’orsetto e  Sole era pronta per sentire la nuovissima storia della buonanotte!

L’anatroccolo e il compleanno.

Era un Giovedi’ qualunque, o meglio era un Giovedi’ qualunque per tutti tranne che per Gino l’anatroccolo giulivo.

Gino finalmente era stato invitato alla sua prima festa di compleanno!

Una grande festa di compleanno, con palloncini, dolcetti, torta e tutti i suoi inseparabili amichetti.

Gino non stava piu’ nella pelle!

Dal momento in cui aveva ricevuto l’invito, il giorno prima, mentre era al parco con la sua mamma, non riusciva a non pensare che a quello.

Teneva stretto tra le mani quell’invito colorato come se fosse una mappa per un tesoro segreto e lo faceva vedere solo agli amichetti piu’ stretti, cioe’ la sua amica del cuore Rosetta, la gallina e il suo amico struzzo Piero.

Gino non era mai stato ad una festa di compleanno, o meglio, era stato solo a quelle che la sua mamma organizzava per lui, con i nonni e gli zii, ma quella era la prima festa dove lui e i suoi amichetti partecipavano tutti insieme, con le mamme ed i papa’ a guardarli dalla giusta distanza. Era tutto perfetto!

Il festeggiato era il suo amico di scuola materna Dario il dromedario.

Dario era il primo della sua classe a festeggiare il compleanno e quel pomeriggio avrebbe accolto tutti i suoi amichetti al “giardino dei bambini”, che altro non era che un parco pieno di giostre, scivoli e ragazzi piu’ grandi, incaricati dalla mamma di Dario, di occuparsi della festa facendo divertire i piccolini tra giochi e trucca-animali, dipingendo sul volto degli ospiti i loro supereroi preferiti.

Gino non vedeva l’ora!

Alle 16 in punto, pronto con scarpe e cappello per il sole Gino e la sua mamma si presentarono al parco indicato nell’invito.

Ma all’appuntamento non trovarono nessuno.

Non c’era nessuna traccia che di li a poco in quel luogo si sarebbe svolta una festa di compleanno. Non c’erano torte, non c’erano palloncini ne i ragazzi incaricati di occuparsi dei giochi e soprattutto non c’erano gli amichetti di Gino ed anche del festeggiato nemmeno l’ombra.

Come poteva essere che non ci fosse proprio nessuno?

La mamma e Gino sbalorditi, controllarono piu’ volte il loro invito, credendo di aver sbagliato giorno, posto o ora, ma sul biglietto erano proprio indicato quel posto quel giorno e quell’ora, ma allora come era possibile che non ci fosse proprio nessuno all’appello?

La mamma di Gino non sapeva che pesci prendere, voleva tornare a casa ed il giorno dopo informarsi dell’accaduto a scuola ma Gino era irremovibile: non si sarebbe mosso di li’ finche’ non avesse visto almeno uno dei suoi amichetti.

Eppure era certo che anche gli altri avessero ricevuto l’invito,ne parlavano da tutta la mattina, doveva essere successo per forza qualcosa.

Gino che non era un anatroccolo che si perdeva facilmente d’animo chiese a sua mamma di essere accompagnato a casa dei suoi amici, cosi’prima passarono a casa di Rosetta la gallina,dove trovarono la sua bisnonna che non sapeva assolutamente nulla, ne dellla festa, ne di dove potesse essere sua nipote e la sua mamma.

Poi si affacciarono nel cortile della casa dello struzzo Piero, ma anche li non c’era nessuno. Solo un grosso spaventapasseri abbandonato in un campo di pomodori.

Questo era un vero mistero. Gino si sentiva sempre piu’ triste, voleva davvero festeggiare il compleanno di Dario il dromedario.

Mentre tornavano verso casa videro in lontananza Rosetta correre. Si si era proprio la sua amica Rosetta, la gallina. Ma dove andava cosi di corsa?

Gino convinse la sua mamma a correre anche loro, per cercare di raggiungerla, ma appena girato l’angolo Rosetta era sparita. Possibile? Eppure l’anatroccolo era sicurissimo di aver visto la sua amica.

Poco piu’ avanti sentirono ridere qualcuno. Gino avrebbe riconosciuto quella risata in mezzo a mille: era quella di Dario dromedario!

Ma che cosa stava succedendo? Piu’ Gino si avvicinava verso casa e piu’ riusciva a riconoscere i versetti dei suoi amichetti, ma non vedeva nessuno. Era tutto molto strano.

Poi d’improvviso mentre la mamma apriva il cancello del giardino della loro casetta sentirono tutti in coro gli amichetti di Gino gridare in coro “Buon compleanno!!!!”  

Non era il com[pleanno di Dario il dromedario, ma di Gino! L’anatroccolo giulivo! La mamma e tutti i suoi am ichetti gli avevano organizzato una bellisisima festa a sorpresa.

La prima festa con tutti gli amichetti, infatti L’invito che Gino aveva in mano non era di Dario, ma il suo, della sua festa di 4 anni.

Gino era felice adesso, ed anche i suoi amici!

L’asino dello sceriffo.

Rilo un giorno si trovava in vacanza in una piccola cittadina, sede di un famoso vulcano.

Ai piedi di questo vulcano c’era il quartier generale di un vecchio sceriffo.

Il compito del vecchio sceriffo era di controllare che nessuno osasse avvicinarsi troppo alla bocca del vulcano, per evitare di incorrere in qualche guaio serio, percio’ lo sceriffo aveva disegnato ai piedi del vulcano una linea gialla con vicino un cartello con scritto: non oltrepassare!

Lo sceriffo poi, si metteva di guardia su una sedia di paglia, accanto alla linea gialla e passava cosi’ tutte le sue giornate.

Rilo era molto affascinato dai vulcani e dalla loro storia, per questo era li’, voleva visitare il vulcano.

Per fare questo pero’ doveva convincere il vecchio sceriffo a dargli il permesso di attraversare la linea gialla.

In citta’ lo avevano avvisato che lo sceriffo mai e poi mai avrebbe dato il suo permesso.

Gli raccontarono anche che lo sceriffo era arrivato al quartier generale che era solo un giovanotto e la citta’ era piena di turisti e lui era molto impegnato a dare indicazioni per di qua e per di la’, poi la curiosita’ su quel vulcano inizio’ ad affievolirsi finche’ il governo decise che il vulcano era diventato pericoloso e di conseguenza decise di chiuderlo al pubblico, lasciando pero’ lo sceriffo solo e di guardia li’ per sempre.

Alcuni cittadini prendendolo in giro gli consigliarono di arrivare sulla cima del vulcano volando, in segreto, di notte, cosi’ lo sceriffo, colto dal sonno non lo avrebbe scoperto,

d’altronde era un canarino!

Ma Rilo era un bravo canarino, educato ed obbediente, non avrebbe mai fatto qualcosa di proibito!

Ragiono’ su come convincere lo sceriffo per molti giorni, senza trovare nessuna motivazione valida se non ammettere la sua insaziabile curiosita’!

Cosi’ decise di raccontare la verita’, certo che la sua onesta’ avrebbe convinto lo sceriffo a farlo salire. Raccolse il suo coraggio sulle ali e si reco’ da lui.

Il vecchio sceriffo, oltre ad essere molto vecchio, era anche molto molto annoiato e non aveva molta voglia di starlo a sentire. Rimaneva seduto sulla sedia a sbuffare, mentre Rilo cercava di parlargli.

Il piccolo canarino non si perse d’animo, spiego allo sceriffo che lui era un canarino curioso e che avrebbe voluto visitare il vulcano da vicino, ma anche che non avrebbe mai fatto qualcosa di vietato!

Lo sceriffo non voleva sentire ragioni, ma Rilo piu’ testardo di lui decise di non muoversi di li’ fino a quando non lo avrebbe convinto e rimase li’ impalato ad aspettare che lui cambiasse idea.

Lo sceriffo di tutta risposta rimase seduto sulla sua sedia di paglia e addirittura si addormento’.

Rilo capi’ che per uscire da quella situazione aveva bisogno di un piano.

Si guardo’ un po’ intorno, ma li non c’era veramente niente, veramente niente oltre il vulcano chiaramente.

Mentre ammirava lo spazio sconfinato tutto intorno a quel piccolo quartier generale e al suo sceriffo capi’ quale fosse il vero problema: lo sceriffo era annoiato, perche’ non aveva nulla da fare tutto il giorno!

Quindi gli venne in mente di trovargli un compagno di giornata.

Per fare cio’ ridiscese giu in citta’ e cerco’ un cavallo: si sa che ogni sceriffo ha con se un cavallo valoroso e Rilo voleva regalare un bel cavallo anche al suo sceriffo annoiato.

In citta’ pero’ nessuno usava piu’ i cavalli, ormai avevano tutti la macchina e dei cavalli nemmeno l’ombra!

Un vecchio paesano si avvicino’ a Rilo dicendogli che forse lui poteva aiutarlo, anche se non aveva un vero e proprio cavallo, bensi’ un vecchio asinello.

L’anziano paesano gli racconto’ che quando era giovane usava il suo asino per andare al terreno in fondo alla valle, a coltivare la sua insalata, ma adesso era vecchio, ed aveva anche venduto il terreno e si accontentava di coltivare la sua insalata nell’orticello di casa, dunque non aveva piu’ bisogno del suo asino, che invece poteva essere utile a qualcun’altro.

Rilo fu molto felice di quel prezioso dono. Ringrazio’ l’anziano e porto’ il suo bel mulo ai piedi del vulcano.

Lo sceriffo, sentendo qualcuno arrivare si sveglio’ dal pisolino e rimase sbalordito nel vedere il piccolo canarino in sella ad un mulo molto lento!

Rilo fiero e soddisfatto si presento’ ai piedi dello sceriffo dicendo:

“Tieni, questo e’ tuo! Te lo regalo! Si chiama Gustavo! Abbine cura e lui ti terra’ compagnia!”

Lo sceriffo non sapeva se ridere o piangere dalla gioia!

Era felice di quel dono, era felice di avere finalmente qualcuno di cui occuparsi e con cui trascorrere le giornate.

Ando’ subito alla fonte a prendere un po’ di acqua fresca per abbeverare il suo nuovo amico Gustavo e corse in cucina per portargli qualche carota e uno zuccherino.

Gustavo era ben felice di stare lassu’ con lo sceriffo.

A casa dell’anziano sentiva sempre troppi rumori, invece li’ su ai piedi del vulcano era sereno e felice.

Lo sceriffo per ringraziare Rilo della sua bonta’ decise di fare uno strappo alla regola ed in sella a Gustavo oltrepassarono insieme la linea gialla fino ad arrivare alla cima del vulcano. Rilo finalmente poteva osservare l’immensita’ e la meravigila della natura e di quella terra.

I giorni seguenti lo sceriffo chiamo’ il sindaco e la scuola del posto: organizzarono visite guidate e pic nic ai piedi del vulcano. La linea gialla venne cancellata ed il vulcano torno’ ad essere meta di turisti curiosi e dei cittadini del luogo.

Lo sceriffo era di nuovo gioioso ed a fine giornata, quando anche l’ultimo visitatore se ne era andato via, si metteva seduto sulla sua sedia di paglia, con le mani dietro la nuca a chiacchierare col suo asino, compagno di quel nuovo viaggio e della loro felicita’.


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