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La notte di Giovanni.

la notte di giovanniNella notte nera Giovanni,

giovane marinaio coraggioso, 

esce con la sua barca ed il suo equipaggio

per cercare il suo amico scomparso.

Un’onda l’ha inghiottito la mattina precedente

e dell’amico nessuno ha più’ tracce,

ma Giovanni e’ senza paura

e conosce il mare

meglio delle sue tasche.

Esce in mare aperto

armato solo delle sue speranze.

Quella e’ una notte di tempesta,

la pioggia fitta e forte fa vacillare la nave ed il suo equipaggio,

ma non le sue intenzioni.

Giovanni non vacilla, 

resta fermo

nella ricerca del suo amico amato.

Cerca Giovanni, coraggioso marinaio,

cerca ovunque e non ti fermare.

Sa nuotare il tuo caro amico 

sa affrontare il mare.

Tu sai che di lui c’è’ una speranza

da bambini nuotavate insieme

 in quello stesso mare che oggi te lo nasconde.

Cerca Giovanni, non ti stancare,

lui e’ li,

aspetta solo di farsi trovare.

E’ uscito di buona lena,

come ogni giorno

solo per pescare, 

ma qualcosa dev’essere andato storto 

perché al tramonto, 

la sua barca, non ha fatto ritorno.

Ma Giovanni conosce il mare e le sue insenature,

Giovanni sa, dove andarlo a cercare.

Forza Giovanni non ti fermare,

le donne dell’isola confidano nel tuo ritorno.

Hanno messo una bottiglia sul loro davanzale,

stanno aspettando il tuo resoconto.

Forza Giovanni, tutti attendono il tuo ritorno.

Cerca più’ in fondo, cerca ancora

il tuo amico e’ li, 

sta solo aspettando di farsi trovare, 

aggrappato ad un asse di legno

naufrago, del vostro mare.

La sua imbarcazione 

e’ affogata nel fondo del mare.

Un pescecane troppo forte

ha fatto un buco sulla nave.

Ha imbarcato acqua il tuo giovane amico

non si e reso conto di essersi spinto 

oltre i confini del mondo.

Cerca Giovanni,

il tuo amico ti sta aspettando.

Lo vedi? Lì in fondo!

E’ coperto dal buio della notte

ed e’ stanco, ma ha fede,

e ti sta aspettando.

Vira Giovanni, trova la direzione,

illumina il nero buio e troverai la soluzione.

Segui l’eco che nel silenzio ti accompagna

e trova l’uomo, che il tuo cuore ti comanda.

Eccolo Giovanni,

si vede solo un leggero puntino di occhi bianchi,

illuminati dalla luna,

eccone il riflesso, dentro la notte scura.

Avvicinati piano Giovanni,

potresti fargli male.

Raggiungilo a nuoto, non ti preoccupare,

e’ vivo 

e sa che stai arrivando.

Ti aspetta, 

per essere portato in salvo.

Eccolo Giovanni, e’ stanco, come te, 

che da ieri sei uscito in mare per cercarlo.

Lo abbracci e’ stremato

ora puoi portarlo in salvo.

E’ vivo, e Giovanni e’ riuscito a salvarlo.

Lo sanno le donne che vedono cristallizzarsi un veliero

dentro le loro bottiglie di vetro.

Hanno messo una bottiglia

sul davanzale delle loro finestre

dentro solo albume d’uovo.

L’aria umida e la notte lunga cristallizzano una magia eterna

un veliero apparirà’:

il veliero di Giovanni,

che salverà’ l’amico perso.

E’ la notte di Giovanni questa,

fatta di miracolo e di attesa.

E’ la notte di Giovanni,

che ha segnato

la sua più’ grande impresa.

Torna Giovanni,

torna sulla terra ferma,

la tua vita ti aspetta,

valoroso marinaio e amico fidato,

che ha portato in salvo

un giovane cristiano.

 

 

 

La palla di vetro (Terza parte)

 

la-palla-di-vetroClara dal dolore urlo’ ed i ragazzi corsero via spaventati.

Solo il maestro rimase con Clara, doveva aiutarla, ma non sapeva come.

Decise di prendere il mozzicone di candela che era uscito dalla palla e con l’aiuto di un accendino che aveva in tasca, accese la candela e provo’ a bruciare il serpente, in modo che lasciasse in pace la povera Clara, ma il serpente era piu’ forte, non lascio’ il braccio.

Allora con la punta della piramide cerco’ di dargli fastidio, ma piu’ faceva cosi piu’ il serpente si infastidiva e stringeva il braccio di Clara, tirando fuori la sua lingua biforcuta.

Gli era rimasto da provare solo con la borraccia, senza sapere bene cosa stesse facendo, apri il tappo della borraccia e ne verso’ il contenuto sulla lingua del serpente, che in un secondo torno’ ad essere un innocuo serpente di gomma. 

Il braccio di Clara dal dolore divenne viola, ma nulla di preoccupante, ma tutto quello che era appena accaduto era troppo strano per essere normale.

Clara ed il maestro non riuscivano a darsi una spiegazione… e poi quel siero che aveva trasformato il serpente…cosa era?

Al maestro era rimasta solo una cosa da provare: avrebbe liberato il ragno e avrebbe provato il siero su di lui.

Con molta paura e poca cautela, apri il barattolino e verso’ il siero sul ragno, che inizio’ a subire delle trasformazioni: prima divenne un ragno gigante, poi le sue zampe da otto divennero quattro, due delle quali si trasformarono in braccia e le altre 2 in gambe. Gli occhi da otto divennero due e neri come il carbone.

I piccoli peli del ragno si trasformarono in capelli.

Davanti agli occhi increduli del maestro e Clara quel ragno divenne un bambino.

Nel frattempo la classe del maestro, non sentendo alcun rumore decise di tornare sulla torre e  trovandosi un bambino davanti iniziarono a fargli mille domande, ma il bambino non li capiva. Non riusciva a rispondere.

Cosi Clara arrivo’ alla soluzione del mistero: quel bambino era un bimbo egiziano. Lo dimostravano gli oggetti della palla di vetro: la clessidra, usata dagli antichi egizi, per misurare il tempo, la piramide, tempio di quella cultura, la biglia, antico gioco dei bambini egizi, e di quel bimbo in particolare, come anche il dado.

Clara era un archeologa, sapeva parlare l’egiziano, cosi riusci a parlare col bimbo che racconto’ di essere figlio di un faraone nascosto sulla torre per scampare da una guerra.

Suo padre il farone, promise di tornare a prenderlo a guerra finita, ma non torno’ piu’.

Si presento’ invece da lui un vecchio stregone che con il siero della borraccia lo trasformo’ in ragno e conservo’ i suoi oggetti personali nella sfera, che lui pero’ non poteva rompere, altrimenti il serpente messo li dentro di guardia lo avrebbe stritolato. 

Senza volerlo il maestro e Clara avevano liberato il piccolo bambino da quella maledizione, ma adesso cosa potevano fare con lui?

Lui voleva tornare dal suo papa’, il faraone, ma loro non erano in grado di tornare indietro nel tempo…o forse…

Il maestro, che ormai non capiva nemmeno lui piu’ niente di quello che stava accadendo, 

posiziono’ la piramide e la clessidra una accanto all’altra, mise in mano al bimbo, la candela e la biglia e tiro’ su la piramide e il dado, che mostro’ di nuovo il numero 1.

Aveva un solo un tentativo il maestro per mettere in moto una nuova magia, non poteva sbagliare.

Chiese a Clara di dire al bimbo di mettersi vicino a quegli oggetti, poi con un colpo secco, 

fece cadere sulla testa del bimbo e sulla piramide il siero magico. 

In una grossa nuvola di polvere d’oro il bimbo e tutte le altre cose scomparvero. 

Tutto, tranne il serpente, che striscio’ fuori dalla torre, lasciando li solo la sua muta essiccata.

Tutto questo davanti agli occhi dei bambini.

Clara ed il maestro erano sicuri di aver riportato il bimbo attraverso il viaggio nel tempo da suo padre, il faraone dell’antico Egitto.

A dimostrazione di questa tesi, un ultimo quadro apparve sulle pareti della torre, che raffigurava un tipico banchetto egizio simbolo di una festa, con tanto di ballerine e musicisti.

La magia era compiuta.

Il maestro torno’ a scuola coi suoi alunni e con Clara, che aiuto’ i ragazzi nelle loro ricerca e nella relazione di quella gita fantastica, che rimase nei ricordi di tutti.

L’ape ritrovata.

Un giorno Rilo, se ne stava buono buono sul suo ramo preferito a pulirsi le zampette dal fango, quando la sua attenzione fu rapita da una piccola ape che gli ronzava intorno:

“Ciao piccola ape come va?”

“Insomma…mi sono persa e non riesco a trovare il mio alveare!”

“Come hai fatto a perderti piccolina?” Chiese Rilo stupito.

“Ero a spasso da sola, per cercare dei fiori dal buon polline da portare come regalo alla mia madre regina e senza accorgermene sono volata troppo lontano, e adesso non riesco piu’ a seguire l’odore del mio alveare!”

Rilo decise immediatamente di aiutare la piccola ape a ritrovare la sua casetta e le sue amiche api e decise di farla accomodare sul suo morbido manto giallo.

Lui era piu’ grande dell’ape, avrebbe volato verso gli alveari e l’avrebbe aiutata a ritrovare il suo.

Il primo alveare Rilo cinguetto’ felice, vittorioso, ma l’ape non fece una mossa.

Rilo non capiva e chiese come mai l’ape non andava nell’alveare. Ma la piccola apetta spiego’ che ogni alveare ha un proprio caratteristico odore che e’ lo stesso odore di ogni ape che ne appartiene. Se la piccola ape si fosse avvicinata a quell’alveare, che non era il suo, le api sentinella, che stavano di giardia davanti alla porta, l’avrebbero cacciata via immediatamente e senza tanti complimenti.

Rilo adesso sapeva come aiutare la piccola ape a ritrovare la sua casetta: doveva seguire l’odore!

Molti prati e molti alveari dopo Rilo riusci’ a trovare l’alveare giusto, ma quello che accadde nel durante fu sicuramente molto piu’ bello, sia per Rilo che per l’ape, perche’ i due si raccontarono le loro vite e le loro esperienze.

La piccola ape racconto’ come loro trasformavano il polline in miele e Rilo racocnto’ delle sue avventure e dei suoi mille amici che conosceva qua e la’ volando, ogni volta che voleva, in un posto doverso della citta’!

Arrivarono all’alveare solo al tramonto, tra canti e risate. Rilo sempre volando e la piccola ape sempre aggrappata a Rilo sulla sua schiena.

Arrivati davanti l’alveare Rilo riconobbe subito l’odore: era lo stesso della sua piccola amica!

“Eccoci! Siamo arrivati!”

“Si si, e’ questa la mia casa, grazie Rilo!” Rispose l’apetta entusiasta e per ringraziare Rilo del suo aiuto la madre regina regalo’ a Rilo un po’ del suo prezioso polline che mangiato lo avrebbe reso piu’ forte per il ritorno a casa ed il suo manto dorato sarebbe diventato ancora piu’ dorato e piu’ bello.


Gennaio dispettoso.

Tantissimo tempo fa esistevano due fratelli, che si chiamano Gennaio e Febbraio.

Erano due ragazzoni alti, magri magri e con gli occhi di ghiaccio ed a volte, erano cosi’ abituati al ghiaccio dei loro occhi, che quel freddo lo trasportavano anche nel cuore.

Certo, non lo facevano con tutti, diciamo che tra di loro andavano molto daccordo, mentre con la loro vicina, la signorina merla, non erano sempre amichevoli, ma anzi, erano sempre pronti a fargli qualche brutto dispetto.

La merla poverina ci rimaneva male, cercava di parlarci, di andare daccordo con loro, ma mentre Febbraio era un bimbo con cui si poteva ragionare, Gennaio non voleva sentir ragioni: aveva deciso senza motivo che la piccola merla gli era antipatica e non c’era nessuno che riusciva a convincerlo del contrario.

Alla fine la merla aveva rinunciato alla sua amicizia.

Aspettava con pazienza che Gennaio finisse di fare tutto quel freddo dagli occhi e dal cuore, per poi uscire di nascosto dalla tana alla ricerca di buon cibo da mangiare.

In realta’ non e’ che Gennaio era cattivissimo con tutti, era invidioso della bellezza della merla, che era bianca piu’ bianca del ghiaccio degli occhi di Gennaio e questo Gennaio proprio non riusciva a sopportarlo.

Cosi’ ogni volta che la merla provava a mettere il becco fuori dal suo caldo rifugio,

Gennaio riempiva le sue grosse guancione e soffiava un vento freddo piu’ freddo mai conosciuto. Molto piu’ freddo di un congelatore.

Insomma la povera merla, ogni volta che Gennaio faceva cosi’ lo sbruffone era costretta a rientrare nella sua tana senza cibo, altirmenti sarebbe diventata una statua di ghiaccio.

Una mattina pero’ la merla aveva cosi’ tanta fame che usci’ lo stesso dal nido ed ando’ arrabbiatissima incontro a Gennaio e senza un briciolo di paura disse:

“Tanto mio caro Gennaio prima o poi dovrai lasciare il posto a tuo fratello Febbraio, che e’ piu’ buono con me e allora io usciro’ e mangero’ fino a riempire tutto il mio pancino e tu la smetterai di fare il prepotente!”

In effetti a quei tempi Gennaio era piu’ piccolo di Febbraio, Gennaio aveva 28 giorni per giocare a fare lo sbruffone, mentre Febbraio era il piu’ alto dei due, lui aveva 31 giorni per giocare.

Ma il cattivo Gennaio a sentire le parole della merla corse subito da suo fratello e gli chiese tre dei suoi giorni in prestito per continuare a soffiare il vento piu’ forte che poteva.

Febbraio non capiva il perche’ di quella richiesta ma visto che era un buono gli regalo’ i suoi tre giorni di svago, diventando lui di 28 e Gennaio di 31.

Di tutto questo la merla chiaramente ne era all’oscuro e all’indomani dei suoi calcoli, quando credeva che ormai il tempo di Gennaio fosse finito, usci’ allegra e tranquilla dal suo nido, pronta a riewmpirsi provviste, ma Gennaio appena vide il suo becco giallo si nascose dietro un albero e quando la merla fu troppo lontana dal suo nido soffio’ e soffio’ e soffio’ il vento piu’ gelido che avesse mai fatto.

Alla povera merla non rimase che cercare rifugio da qualche parte, ma il vento e la neve che cadeva fitta sui suoi occhietti le impediva di vedere bene dove fosse finita.

Rimase nascosta in quel caldo nascondiglio finche’ Gennaio non ebbe finito i suoi tre giorni in piu’ di gioco, poi appena Febbraio timidamente fermo’ tutto quel vento e quel freddo la merla usci dal suo nascondiglio sana e salva, ma invece di essere bianca come la neve, era diventata tutta nera.

La merla non si era accorta di essersi nascosta dentro la cappa di un camino e la fuliggine aveva colorato di nero le sue ali.

Ma anche se ormai aveva cambiato colore, per sempre rimase bella e libera di andare a fare provviste!


L’importanza del serpente.

In India il serpente

e’ un animale di tutto rispetto:

un gran lavoratore!

Il suo compito ogni giorno

e’ quello di andar in laboratorio

dove un’ equipe di uomini molto intelligenti,

attraverso una puntura,

estraggono dal rettile

il suo velelno potente.

Per noi uomini e per gli altri animali

il veleno del serpente

e’ molto pericoloso,

ma allo stesso tempo

e’ anche molto prezioso

perche’ il suo siero ci permette

di fare degli antidoti potenti

per salvarci la pelle!

Il serpente lo sa

e siccome in fondo e’anche molto buono

va da solo ogni giorno

fin verso il laboratorio

dove entra dall’ingresso principale,

dona il suo veleno

e poi va a casa sua a cenare.

I cacciatori ogni giorno

sono pronti li’ a fargli grandi inchini

e lui gentile appena ha fatto

concede qualche foto con l’autoscatto!


Leone vanitoso

Narra la leggenda

che nella foresta

vive un animale molto pericoloso.

Di notte dorme

il dormiglione,

ma di giorno corre e caccia

il gran predatore.

Nessuno osa andargli vicino

a meno che non voglia essere

il suo nuovo bocconcino.

Ma quel che dice la leggenda

sara’ poi del tutto vero?

Il nostro Rilo esploratore

e’ andato laggiu’ nella foresta

a fare un ispezione.

Di animali cosi’ spaventati

ne ha visti in verita’ pochi,

ma cio’ che ha visto invece

e’ ancor piu’ strabiliante

perche’ di tutte le stranezze

questa e’ di certo la piu’ inquietante.

Da lontano giu’ verso la landa desolata

una folta chioma arriva di gran gala.

Rilo spaventato

cerca un riparo

mentre una gran folla accorre

a vedere il personaggio aspettato.

Rilo rifugiato

osserva quel rituale:

il leone che fa il pavone

in mezzo a tutti gli animali.

E’ felice il gattone,

e vuole mostrare il suo nuovo colore.

Il suo parrucchiere e’ molto soddisfatto

di piega, taglio e colore d’assalto!

“Sua maesta’ e’ meraviglioso!”

Gridano tutti gli animali in coro.

“Nessuno e’ piu’ bello di lei maesta’ regale!”

E ride sornione

il Re della foresta

soddisfatto del suo acconciatore personale

che altro non e’

che un grazioso pappagallo

famoso nella foresta

per il suo colorato piumaggio.

“Blu e’ la moda del momento!”

Grida il pappagallo contento!

“Sua maesta’, questo tono di colore le sta d’incanto!”

Adula la leonessa il suo compagno!

Avete scoperto la rarita’ della foresta?

Un leone vanitoso

che ogni giorno si fa conciare

la sua folta chioma e le sue vanita’,

da un pappagallo estroso.

Melo, Pero e Pesco.

Un giorno Rilo stava passeggiando in un nuovo parchetto vicino al suo albero.

Diciamo che era capitato li’ per caso, attratto dal forte odore di buono che il giardino emanava.

Non conosceva bene quel nuovo miscuglio di profumi pero’ appena ne annusava un pochino si sentiva talmente tanto bene che non riusciva a farne a meno.

Il parco in questione era un bel prato, con l’erba fresca appena tagliata qualche scivolo e qualche altalena qua e la’ per divertire i piu’ piccolini e molti, moltissimi alberi.

Rilo non conosceva ancora tutti quegli alberi e stava appunto decidendo su quale ramo appoggiarsi per respirare un po’ quel buonissimo profumo che ancora non aveva capito da dove provenisse.

Era forse l’erba? No, conosceva l’odore dell’erba fresca, non era lo stesso profumo.

Era forse l’aria? No, nemmeno l’aria aveva quel sapore. Continuava a domandarsi cosa potesse essere ed intanto gli era venuta una gran fame ed il suo piccolo pancino giallo cominciava a brontolare.

“Ciao.” Chi era? Chi lo stava salutando?

“Come va?”

Continuava la voce a domandare.

Rilo iniziava ad avere un po’ di paura, non vedeva nessuno, eppure sentiva delle voci intorno a lui. Con le zampette tremanti chiese:

“Chi e’ che mi parla?”

E la voce misteriosa rispose:

“Sono io, non mi vedi? Eppure sono cosi grande!”

Rilo proprio non riusciva a vedere nessuno.

“Guarda bene intorno a te!” Continuo’ un’altra voce ancora.

Rilo allora inizio’ a girare la testa a destra e a sinistra, adesso le voci erano almeno due. Chi poteva essere che gli stava facendo quello scherzo?

Poi una terza voce continuo’:

“Non sono piccolo, ma nemmeno grandissimo. Sono uno, ma non sono solo ed intorno a me e a te ci sono tanti altri come me, ma anche molto diversi da me.”

Rilo questa volta rispose:

“Ne distinguo almeno tre…”

“Bravissimo!” Risposero in coro e continuarono: “Riesci anche a capire dove siamo?”

“Ancora no, ma mi sembra che le vostre voci vengano da sopra la mia testa!”

“Allora vola, e vieni quassu’ a vedere anche tu!” Risposero in coro.

Rilo curiosissimo sali’ sul ramo dell’albero piu’ vicino e si accorse che in realta’ non c’era nessun animale a parlare e continuava a non capire.

Stava perdendo la pazienza, mentre i tre burloni divertiti continuavano il loro giochetto:

“Dunque adesso ci presenteremo: io sono Melo e sono l’albero su cui ti sei posato!”

“Io sono Pero, sono qui, di fianco a Melo”

“Ed io sono Pesco e sono il piu’ lontano!”

“Dunque voi siete Melo, Pero e Pesco? Ho capito bene? Siete degli alberi parlanti? Fantastico! Io invece mi chiamo Rilo e sono un canarino raccontastorie”

“Ciao Rilo, molto piacere!” Continuo’ Melo che era il piu’ chiacchierone ”Noi non siamo solo dei semplici alberi parlanti, ma siamo degli alberi parlanti da frutto! Io mi chiamo Melo perche’ ho le mele, Pero, mio caro amico, e’ un albero di pere, e laggiu’ c’e’ Pesco…”

“L’albero delle pesche!!!”

Cinguetto’ felice Rilo che ormai aveva capito il buffo indovinello.

“Ma che meraviglia, allora siete voi a liberare nell’aria questo buon profumino che sento e che mi fa venire tanta fame?”

“Eh si caro mio, siamo proprio noi!” Rispose orgoglioso Pesco, e poi continuo’ cercando di non farsi sentire da Pero e Melo :

“Io ho di sicuro i frutti piu’ buoni e succosi, ti va di assaggiarne uno?”

“Ehi!” Borbottarono gli altri due “Anche noi siamo buoni e succosi. Adesso devi assaggiare tutti e tre i nostri frutti diversi cosi’ ci dirai chi ha i frutti migliori”

Rilo felicissimo si presto’ ad essere l’assaggiatore ufficiale di quella gara improvvisata. Assaggio’ prima la pesca,cosi profumata e morbida, succosa al punto giusto, poi passo’ alla pera, cosi’ zuccherina!

La pera sarebbe sicuramente piaciuta al suo amico cavallo che amava i sapori dolci.

Per ultimo assaggio’ la mela tonda e rossa come il cuore, aspra e dolce al punto giusto.

I tre alberi aspettarono silenziosi che Rilo dichiarasse il vincitore facendo fremere le loro foglie al vento e Rilo con aria molto seria disse:

“Dunque, ho avuto il grande onore di assaggiare tre frutti nuovi e mai provati e devo dire che siete tutti e tre ottimi alberi da frutto, non c’e’ il migliore, ma anzi, dichiaro che tutti e tre siete arrivati primi in classifica!”

I tre alberi furono contenti di essere arrivati tutti e tre primi e Rilo per ringraziarli dell’improvvisato banchetto racconto’ loro una dolcissima storia.

Mola e Lamo.

C’erano una volta due amici ma amici di quelli veri, quelli per la pelle, di nome Mola e Lamo.

Mola e Lamo erano sempre insieme e si raccontavano tutti i loro segreti, ma un giorno Mola parti’ per un paese lontano e disse a Lamo:

“Non piangere, io un giorno tornero’ e ti raccontero’ tutto quello che ho visto e tutto quello che ho fatto.”

Lamo era molto triste per la partenza del suo amico, ma sapeva che sarebbe tornato e questo le bastava per stare serena.

Un giorno di due anni dopo Mola torno’ e Lamo ne fu molto felice.

I due amici tornarono a passare tutti i loro giorni insieme, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino e si divertivano molto, ridevano a crepapelle, scherzavano ed erano sempre di buon umore.

Pochissimo tempo dopo pero’ venne da Mola una persona che aveva conosciuto nei due anni che fu lontano.

Questa persona era una bella bambina di nome Ema, che aveva passato tutto il suo tempo con Mola quando era stato via e adesso era tornata da lui per riportarlo a casa, la sua nuova casa, lontano da Lamo.

Inizialmente Mola non voleva andare via, era felice qui nella sua citta’ natale con Lamo ed Ema insieme.

Non gli mancava niente, aveva tutto. Aveva la sua vecchia amica e la sua nuova amica e poi loro nel frattempo erano diventate molto amiche: a Lamo piaceva Ema e ad Ema piaceva Lamo. Adesso gli amici erano tre ed insieme ci si divertiva di piu’.

Ma piu’ i giorni passavano e piu’ Ema diventava triste, sempre piu’ triste e sia Mola che Lamo non capivano e non riuscivano piu’ a tirarle su’ l’umore con la loro compagnia, finche’ un giorno capirono: Ema si era ammalata! Era ammalata di nostalgia.

Ad Ema mancava la sua casa, i suoi prati, i suoi infiniti boschi e tutti gli amici che aveva lasciato nel suo posto del cuore, cosi’ un giorno si decise e riparti’ per quel luogo lontano, ma una volta li’ si accorse che tutto era cambiato: certo i prati erano sempre i prati, i boschi erano sempre infiniti boschi, gli amici della sua infanzia erano ancora tutti li’, ma qualcosa nel cuore di Ema era cambiato.

Era come se le mancasse sempre qualcosa.

Allo stesso modo anche qui da Mola e Lamo la vita sembrava sempre la stessa: Mola continuava sempre a vedersi con Lamo, ma di giorno in giorno Mola diventava sempre piu’ triste e Lamo non capiva e non riusciva piu’ a farlo ridere.

Il vero problema e’ che a Mola mancava Ema e ad Ema mancava Mola.

Lamo in cuor suo sapeva che per essere felici quei due dovevano stare insieme, cosi’ strinse forte il suo amico in un abbraccio e lo saluto’ un’altra volta.

Questa volta sapeva che Mola non sarebbe piu’ tornato, almeno non subito e non se insieme ad Ema, ma sapeva che questa sarebbe stata l’unica strada per curare la nostalgia dei suoi due sueper amici.

Dal canto suo Lamo sapeva anche che sarebbe per sempre stata amica di quel matto di Mola, ovunque lui decidesse di andare, e questo le bastava per essere felice.

Nello il pipistrello.

Rilo girando di citta’ in citta’ incontro’ un giorno un buffo pipistrello, il suo nome era Nello.

Nello era un giovane uccello dal manto nero come la notte e gli occhi gialli come i gatti, pero’ Nello dei gatti aveva paura perche’ di giorno, mentre lui dormiva appeso agli alberi, i gatti si divertivano a fargli molti scherzetti: gli tiravano la palla in testa per farlo cadere, gli facevano le fusa sotto al suo ramo per farlo svegliare, ma Nello non demordeva e continuava a dormire ogni giorno attaccato al ramo dell’albero e col calar del sole, appena i gattoni birboni chiudevano gli occhi per riposare un po’, Nello li teneva tutti svegli col suono acuto della sua voce ed i gatti impauriti correvano a gambe levate giu’ per la valle.

Eh si! Nello sapeva come spaventarli!

Rilo ogni giorno osservava quella scena dei gatti col pipistrello e rideva a crepapelle. Ogni giorno la storia era sempre uguale e Rilo e Nello iniziarono a diventare amici ed insieme cominciarono a fare scherzi ai gattoni.

A Nello piaceva Rilo e a Rilo piaceva Nello, chissa’ forse perche’ erano entrambi uccelli e potevano volare, forse a Rilo piaceva il fatto che Nello era nero come la notte mentre a Nello piaceva il manto fatato di Rilo.

Iniziarono insieme a fare scherzi birboni ai gatti pestiferi che non ne volevano sapere di lasciare in pace Nello.

Finche’ un giorno Rilo disse al suo amico:

“ Va bene Nello, qui c’e’ bisogno di un piano: o tu cambi albero o saranno loro a trovarsi un’altra preda!”

Nello era felice di aver trovato un amico pronto ad aiutarlo e per giorni e giorni studiarono un modo per farla franca coi felini.

Rilo si ricordo’ una cosa che faceva ogni giorno la signora del piano di sotto quando stendeva i panni: per non far avvicinare i gatti la signora riempiva una bottiglia d’acqua e la lasciava vicino ai panni stesi. Nessun gatto provava mai ad avvicinarsi perche’ i gatti hanno paura dell’acqua!

“Che tonto a non averci pensato prima!” Esclamo’ Rilo e subito dopochiamo’ Nello ed insieme confabularono fino a notte fonda.

I gatti osservavano la scena da lontano senza riuscire a capire cosa avessero in mente quei due.

La notte passo’ stranamente senza alcuno scherzo da parte di Nello ai gatti, ma la mattina dopo, i gatti con orrore si resero conto cosa era accaduto: accanto all’albero, proprio sotto al forte tronco, cento bottiglie piene d’acqua erano ferme  a fare da guardia all’albero e quindi al riposo di Nello, che beato come un re sonnecchiava soddisfatto.

Partiamo?

Rilo aveva passato questo ultimo periodo ad inventare storie sempre nuove per il suo pubblico ma adesso era arrivato ad un punto in cui non riusciva più a trovare l’ispirazione. Rilo aveva finito tutte le storie, non sapeva più cosa inventarsi per tenere alta l’attenzione del suo pubblico e questo lo rendeva molto triste. Generalmente non doveva faticare per inventare favole storie o racconti, generalmente partiva da un’idea e intorno costruiva fatti, personaggi ed intrecci. Si divertiva molto a fare questo genere di cose, amava quando la sua fantasia partiva da un punto non del tutto preciso per arrivare magari dall’altra parte di quello che era il suo progetto originario ed anche a tutti i suoi ascoltatori, i racconti di Rilo, erano sempre piaciuti tantissimo: trovavano il canarino spassoso e divertente, ma adesso, era come se tutta la magia creata intorno a lui ed alle sue storie fosse partita per un posto lontano e Rilo non sapeva come riacciuffarla. Un giorno, mentre Rilo solo e pensieroso picchiettava con le sue zampette lo stagno, passarono di lì due suoi vecchi amici: i bimbi con i quali aveva iniziato la sua avventura di cantore. I fratellini vedendolo così pensieroso e triste si preoccuparono ed iniziarono a chiedere come mai si sentisse così, ma Rilo non aveva risposte da dare. Uno dei due ipotizzò allora che fosse solo un pò annoiato e stanco e che forse era ora di cambiare aria, di volare da qualche parte, in qualche altra città e prendere una pausa dal suo solito bosco e dai suoi soliti amici. Rilo da che aveva il broncio dopo questa idea, iniziò a sorridere ed ad ammettere che sì, aveva veramente bisogno di un bel periodo di vacanza, per incontrare persone nuove, animali buffi e per ricaricare la sua fantasia. Ma dove andare? Rilo era stato in molti posti è vero, ma molti altri li doveva ancora visitare, non sapeva da dove iniziare, fortuna che c’erano i suoi amici ad aiutarlo: muniti di cartina iniziarono a dargli una mano: “Dunque… potresti andare qui, qui o forse qui” Ridacchiavano in coro. Rilo seguiva attentamente la cartina ed iniziava a pregustare la vacanza e scegliere il luogo giusto dove andare. “Forse mare?” Suggerivano i bimbetti. “Nooo, fa ancora troppo freddo!” “Allora montagna?” Riprovarono. “No no no! Sono stufo dell’inverno!” “Allora perchè non andiamo a visitare qualche città particolare?” “Ma si! Questa mi sembra proprio un’ottima idea!” Rilo ed i suoi amici passarono il pomeriggio a decidere la méta, indicarne la traiettoria e scegliere il posto giusto dove dormire. Al tramonto era tutto pronto, Rilo sarebbe partito per una città speciale. I suoi amici lo avrebbero aspettato felici al suo ritorno, per farsi raccontare le mille e più avventure.
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