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La palla di vetro. (Prima parte)

In un posto incantato, qualche tempo fa esisteva una torre.

Non un castello, solo una torre. 

Abbandonata tra la natura, dimenticata da chissa’ quale storia, rimasta senza un guardiano. In compagnia solo del vento.

Nessuno sapeva cosa ci fosse all’interno.

In verita’, nessuno credeva ci fosse dentro qualcosa, nessuno, tranne un gruppetto di bambini in gita scolastica. 

Era una classe di quinta elementare, capitata in quel bosco grazie al loro maestro di scienze, che voleva studiare insieme ai suoi ragazzi, la flora e la fauna, in un posto dove il progresso non era ancora arrivato.

Il maestro sapeva di quella torre abbandonata, perche’ da ragazzo era gia’ stato in quel posto, ma anche allora nessuno sapeva cosa ci fosse all’interno e lui bambino a quel tempo, non aveva avuto il coraggio di entrare.

Non che adesso volesse portarvi la sua classe, non senza una giusta guida, esperta del posto e dei suoi segreti.

Clara era una ragazza che viveva li’ fin da quando era piccola e conosceva ogni piccolo angolo e segreto del suo bosco preferito.

Da piccola passava molto tempo a giocare tra l’erba alta coi suoi amici. Amici che da grandi si erano poi trasferiti, lasciando Clara ad ammirare da sola la vastita’ di quel paradiso. A volte con il naso in un libro, a volte con il naso all’insu’.

Il maestro era uno di quei bambini che tanto tempo fa giocavano con Clara, ed era certo di ricordarsi ancora il numero di telefono di casa dei suoi genitori, cosi’ qualche giorno prima della gita provo’ a telefonare a Clara, sperando che lei si ricordasse di lui.

Superati i convenevoli, il maestro le chiese di tornare con lui e la sua classe nel bosco, proprio dove c’era la torre abbandonata e provare insieme a scoprire quale segreto nascondesse.

Clara nel frattempo non era piu’ una bambina, ma era diventata una bravissima archeologa, cioe’ colei che studia le civilta’ antiche.

Che fortuna per il maestro: aveva trovato in Clara la sua vecchia amica d’infanzia e un valido aiuto per scoprire i segreti della torre.

Durante il viaggio in pullman, il maestro spiego’ ai suoi allievi che il bosco che stavano per visitare era importante a livello scientifico per la moltitudine di piante ed ecosistemi, poi spiego’ il mistero della torre e che una guida li avrebbe accompagnati all’interno per approfondirne lo studio.

All’inizio i bambini non sembrarono molto entusiasti della gita.

Insomma, lo studio andava bene, ma speravano soprattutto che il maestro li avrebbe lasciati un po’ a giocare a pallone sull’erba.

I ragazzi arrivati li’ con il loro pullman, trovarono un paesaggio magnifico ed un odore di terra e di fiori che nelle loro citta’, fatte di smog e cemento, non avevano mai annusato.

Clara era li’, davanti a loro, pronta ad aspettarli.

Aveva preparato per i ragazzi pranzo al sacco e si era munita di piccoli kit da esploratore, per rendere la giornata il piu’ divertente possibile a tutti.

Il kit da esploratore comprendeva: un binocolo, una bussola, una torcia, un contenitore per mettere qualche esemplare di studio, tornati in classe, una lente d’ingrandimento ed una borraccia.

I bambini muniti tutti del loro kit adesso si sentivano dei veri esploratori.

L’avventura poteva iniziare!

La mattinata passo’ girovagando per il bosco, alla ricerca di piante da studiare e piccoli insetti da salutare.

I bambini si divertivano un mondo ad usare gli attrezzi del mestiere: cercare tra le foglie con la lente d’ingrandimento e vedere con la bussola il percorso da seguire.

A pranzo si fermarono lungo il corso di un fiume, nel quale si lavarono le mani per mangiare e riposarsi il tempo necessario per recuperare le forze e giocare finalmente a pallone.

Il maestro e Clara consumarono il loro pranzo all’ombra di un grande albero.

Erano anni che non si frequentavano piu’, ma era come se non si fossero mai lasciati. 

I loro discorsi erano sempre gli stessi. La loro amicizia anche, cosi’ come la loro curiosita’ sulla torre, che da sotto quell’albero potevano ammirare in tutto il suo mistero.

Clara racconto’ come nessuno si fosse mai interessato alla torre e che nessuno del posto ne sapeva molto, per meglio dire, niente.

Lei aveva provato in tutti quegli anni a fare delle ricerche, ma niente di concreto ne era uscito fuori.

Finalmente grazie anche alla telefonata del suo caro amico, il maestro, era pronta ad entrare dentro con lui, ma non era sicura fosse una buona idea portare anche i bambini, senza sapere bene cosa aspettarsi.

Il maestro, che non era uno sprovveduto, acconsenti’ e chiese al capoclasse di controllare gli altri ragazzi, mentre loro erano dentro, e di rimanere esattamente li’, senza muoversi.

Non prima che lui e Clara fossero tornati a prenderli. 

La regina senza corona.

C’era una volta una giovane regina. 

La giovane regina era piena zeppa di gioielli, ma erano sempre gli stessi ed ormai li aveva messi cento e cento volte ancora.

La regina ne aveva cosi’ tanti che invece di tenerli riposti nel normale portagioie,

li teneva in un armadio grandissimo.

L’unico gioiello che non aveva ancora ricevuto in dono era la Corona Reale. 

Questa le sarebbe stata donata dalla sua mamma solo il giorno del suo matrimonio con un re.

Un giorno mentre faceva una passeggiata lungo il fiume incontro’ un giovane ragazzo. 

Ne conosceva tanti di giovani ragazzi la regina, ma lui emanava una luce diversa, come quella di un gioiello.

I due si innamorarono di colpo ed il giovane ragazzo non perse tempo a dichiararle tutto il suo infinito amore.

La regina non era piu’ in se dalla gioia.

Amava moltissimo il giovane ragazzo, anche se lui non era un principe, quindi non sarebbe mai potuto diventare re, ma alla giovane regina questo non importava.

Sua madre invece non avrebbe accettato volentieri per lei il giovane spasimante, cosi’ la regina decise di non dirle niente e parti’ con lui su una terra lontana, in un’isola abitata dai giganti.

Il giovane ragazzo e la regina erano felici e contenti, ma mentre il ragazzo poteva rimanere anche li’ per sempre sull’isola dei giganti, la giovane regina doveva tornare a palazzo, dai suoi sudditi, al suo lavoro, anche se nel suo cuore sarebbe rimasta volentieri con lui.

Il giovane ragazzo l’ultima sera che passarono insieme al chiaro di luna le regalo’ il gioiello piu’ bello, piu’ prezioso e piu’ brillante in pegno del loro infinito amore, con la promessa che presto si sarebbero rincontrati.

La regina torno’ alla sua vita di tutti i giorni, ma senza il ragazzo non era piu’ cosi felice.

L’unica cosa che amava fare era accarezzare il gioiello che le aveva regalato lui: era il suo talismano per scacciare la distanza tra di loro.

Ogni volta che la regina accarezzava il suo gioiello prezioso chiudeva gli occhi e si immaginava ancora sull’isola insieme al suo amore, di nuovo insieme e felici. 

Anche il ragazzo pensava sempre alla sua regina lontana che gli mancava tanto.

Ogni giorno si sedeva in riva al mare, sopra di uno scoglio molto alto e con il suo binocolo controllava sempre il mare, sempre aspettando chissa’…magari la nave della regina che tornava da lui a trovarlo.

Ma la regina aveva i suoi sudditi, il suo palazzo, il suo lavoro, non poteva tornare, e poi la mamma della regina non avrebbe mai permesso di sposare un semplice uomo che non era un principe: lei per sua figlia voleva solo un re, ma di re da molto tempo, non se ne vedeva nemmeno l’ombra….chissa’ perche’!

Senza re la regina non avrebbe mai potuto indossare la bellissima Corona Reale fatta di diamanti e zaffiri e mille altre pietre preziose.

Un giorno sul regno della giovane regina si abbatte’ una grande alluvione. 

Piovve incessantemente per giorni, molti giorni, anzi tantissimi, cosi’ tanti che il regno rimase sommerso dalle acque e tutti gli abitanti si rifugiarono sulla torre del castello della regina.

La regina era disperata, non sapeva e non poteva fermare quel disastro.

Come avrebbe voluto vicino il suo amato adesso.

Ed intanto mentre pensava a lui, stringeva il suo gioiello.

Il giovane ragazzo sempre steso sulla roccia, nella terra dei giganti, continuava a guardare col suo binocolo al di la’ del mare e si accorse di lampi, tuoni e fulmini che si abbattevano sul regno della povera regina.

Senza pensarci due volte con un grido di aiuto chiamo’ gli abitanti dell’isola, i giganti e senza navi o barche o aerei raggiunse sulle spalle del piu’ forte di loro il regno della sua amata.

I giganti infatti soltanto camminando potevano arrivare di qua e di la’ dal mare come se stessero attraversando un piccolo ruscello.

Cosi’ il giovane ragazzo arrivo’ in un battibaleno dalla sua amata per salvarla.

Il gigante, su ordine del giovane ragazzo, si carico’ in spalla anche tutti gli altri sudditi.

Qualcuno se lo mise in tasca, piccoli come erano, altri si lasciarono dondolare all’interno delle sue giganti orecchie, altri ancora si sdraiarono comodi nel suo cappello. 

Tutti riuscirono a salvarsi ed approdarono felici nella terra del ragazzo e dei giganti.

Su questa isola fantastica nessuno aveva bisogno di re e regine, vivevano tutti di comune accordo e senza intralciare i modi di vivere dell’altro.

La regina e sua mamma qui, non avevano alcun potere sui loro sudditi, ma stranamente cio’ non le rendeva tristi, anzi erano felici di poter essere solo una figlia ed una mamma. Persone come le altre.

E soprattutto la regina adesso poteva rimanere accanto al suo amore senza piu’ nessuno dei suoi gioielli e senza aspettare nessuna corona, solo col suo amato e con quell’unico gioiello che propio lui le aveva regalato.

La scimmia impertinente.

C’era una scimmia,

una scimmia sagace,

che Rilo non voleva mai lasciare in pace.

Il canarino provava a giocare

e lei prontamente si dava da fare:

russava, brontolava, tirava le noccioline…

e Rilo paziente cambiava direzione.

Poi di nuovo Rilo inventava una canzone

e dietro la scimmia fingeva di avere un allucinazione!

Che scimmia impertinente

non ti permetteva di fare un bel niente!

Rilo poverino, correva a perdifiato

pur di non trovarla dietro al prossimo isolato,

ma lei astuta e sempre pronta

lo aspettava dietro l’angolo gioconda:

“Rilo, dove vuoi andare?”

Chiedeva impunemente il primato indisponente.

Rilo poverino

voleva nascondersi in un camino,

di una piccola casetta

dove viveva una bimbetta.

La bimbetta piccolina

apri’ veloce la porta della cucina

fece entrare il canarino

che si nascose sotto il lavandino.

La bimbetta per salvarlo

porto’ in cucina il suo pupazzo,

era un buffo pagliaccetto

che alla scimmia faceva un brutto effetto:

una paura da gigante,

che la faceva scappare all’istante

Finalmente Rilo era stato liberato

dalle grinfie del macaco!

Torno’ quindi felice e sorridente

a girare tra la gente!

La bimbetta soddisfatta

un nuovo amico aveva trovato:

Rilo il canarino, dal manto fatato!


La volpe dell’aurora.

C’era una volta una volpe.

Questa volpe qui era molto molto bella, ma della sua bellezza non sapeva cosa farsene, perche’ non aveva amici con cui condividerla, nemmeno un innamorato che la riempisse di complimenti.

Era una bellezza fine a se stessa.

La volpe della sua bellezza era molto fiera, ma non voleva passare i suoi giorni a rimirarsi nello specchio d’acqua del ruscello.

Lei non aveva bisogno di contemplarsi da sola, non le bastava.

Lei voleva essere ammirata da tutti.

Un giorno decise quindi di mostrare la sua bellezza nel bosco e cerco’ di costruirsi una statua. Una statua di certo non sarebbe passata inosservata agli occhi di chi sarebbe giunto li, anche solo per puro caso.

Ma poverina non era cosi brava nel fare le statue, infatti piu’ che una bellissima volpe era riuscita a raffigurare una specie di brutto topo.

Abbandonata l’idea della statua, decise di raffigurarsi in un bel disegno libero, ma anche con carta e matita non riusciva a rendere l’idea della sua bellezza.

I suoi pregi erano difficili da rappresentare!

Eppure la volpe non voleva fare nulla di male, voleva solo far ammirare a tutti cio’ che di bello aveva lei. Non sapeva cos’altro inventarsi per mettere in moto il suo essere bella.

Un giorno aveva nevicato cosi tanto che per passare un po’ il tempo aveva deciso di montare in groppa ad un grosso tronco d’albero caduto e slittare per tutta la landa.

La sua coda vaporosa pero’ non era salita sul tronco insieme a lei, ma anzi, la volpe, la stava usando come timone, per direzionare la sua veloce discesa e non andare a sbattere.

Non si era accorta che la sua bellissima coda, appoggiata sulla neve produceva dei flussi luminosi, di un intenso colore di verde e di tutte le sue sfumature.

La persone uscirono dalle loro case ed accorsero a vedere quei luminosi ed incredibili giochi di colori che si levavano verso il cielo.

La volpe era felice di manifestare e di riuscire a creare cosi tanta bellezza, cosi particolare che i cittadini chiamarono questo incredibile fenomeno, i fuochi della volpe!

E fu cosi che lei, che voleva essere ammirata, ma non sapeva ne scolpire una statua, ne disegnare a mano libera, aveva con la sua coda…

…creato l’aurora!

La zebra coraggiosa.

In una notte buia, in mezzo alla savana, un suono lontano mille stelle faceva eco da chissa’ quale orizzonte.

Non era un allarme, impossibile nella savana, forse il fischio di qualche cacciatore? No, vi state sbagliando: era l’urlo di una zebra coraggiosa che senza fermarsi un istante stava correndo a dare una mano ad un elefante, rimasto impigliato senza ragione tra

due grossi tronchi d’albero.

L’elefante era intento a rincorrere una lucciola, ma nel buio della notte, non si era accorto di quei due alberi troppo vicini tra di loro, lui, impegnato nell’inseguimento, non aveva calcolato bene le distanze.

Correva dietro alla lucciola senza pensare che se avesse proseguito per quell’anfratto, non sarebbe uscito intatto.

In un secondo infatti rimase impigliato con tutte e due le zanne nei tronchi d’albero, senza riuscire piu’ a venirne fuori.

Un gran bel guaio!

Non voleva passare la notte tutto solo lontano dal branco, chissa’ a quanti pericoli poteva andare incontro.

Inizio’ ad urlare cosi forte che li vicino a dove si era impigliato, una zebra, ma non una semplice zebra, una zebra super coraggiosa, si sveglio’ dal pisolino e corse a vedere di cosa si trattasse.

Quando si trovo’ il grosso sederone dell’elefante in mezzo a due tronchi d’albero, subito capi’ cosa fosse accaduto e inizio’ a ridere e ridere e ridere.

Rideva a crepapelle!

L’elefante si vergognava tantissimo di farsi vedere in quelle condizioni dalla zebra insolente e si giustifico’ dicendo:

“Io stavo solo giocando. Pensa se la stessa cosa fosse accaduta a te: hai mai provato ad inseguire una lucciola? Ti rendi conto che per un elefante grande e grosso come me come puo’ essere strano inseguire un esserino cosi piccolo capace di volare? Riesce a dare la sensazione di volare anche a me, che sono invece cosi pesante!”

La zebra poverina non riusciva a smettere, nonostante le parole dell’elefante, ma anzi, rideva ancora piu’ forte, tanto da cadere all’indietro e dare una sederata sul terreno!

Adesso almeno anche l’elefante rideva di gusto e inizio’ a placare la sua avvenenza: “Quando hai finito di ridere di me ti spiacerebbe provare a darmi una mano?”

La zebra inizio’ a far dei tentativi.

Prima provo’ tirando forte la coda dell’elefante. Voleva tirarlo via di li aggrappandosi alla sua coda, ma capi’ grazie anche alle urla dell’elefante che questa forse non era esattamente una buona idea.

“Ti prego basta, non resisto, trova un’altra idea per tirarmi via da qui!” Implorava l’elefante.

La zebra allora uso’ i suoi zoccoli per spingere il sederone dell’elefante in avanti, ma il grosso animale non si muoveva di un millimetro.

Provo’ a fargli trattenere il fiato cosi il suo testone si sarebbe rimpicciolito e le zanne si sarebbero liberate da sole, ma nemmeno questa soluzione riusciva ad aiutare l’elefante.

La zebra esausta e senza piu’ idee, disse:

“E va bene amico mio, non mi rimane che cercare aiuto: mostrami dove si e’ accampato il tuo branco ed io andro’ a parlare col tuo capo e lo portero’ qui per farti uscire!”

“Vuoi andare tu da solo a cercare aiuto? In questa notte cosi nera? Ti avviso se tu vai a cercare il mio capo branco lui si arrabbiera’ moltissimo, prima con te che l’hai svegliato e poi con me per questa marachella! Domani mattina presto noi dobbiamo partire per le vacanze!”

Ma la zebra fu irremovibile! Ormai aveva deciso che doveva tirarlo fuori di li e per fare cio’ aveva bisogno di qualcuno che fosse grosso quanto il suo amico.

Corse di buona lena all’accampamento e arrivato inizio’ ad urlare per svegliare tutti.

Il capo branco divenne subito vigile e si fece raccontare tutto l’accaduto.

Dapprima si arrabbio’ moltissimo, con la zebra per averlo svegliato e poi con l’elefante per il guaio combinato.

Ma la zebra non aveva corso tutta la notte per sentire un vecchio elefante anziano borbottare cosi’ tanto, e gli rispose per le rime:

“Senti tu, re del tuo reame, cosa pensi che io sia venuto qui a fare?

Invece di far tutto questo mormorare devi darti una mossa se lo vuoi aiutare o forse non hai voglia anche tu di tornare a sognare?

Il gruppo lo sai bene tu, non si deve mai separare, ma se questo accade, la colpa non e’ mai di chi si allontana, ma di chi lo ha lasciato fare senza insegnargli come si puo’ salvare!”

Il capo branco all’udir queste parole fece un barrito gigantesco dalla rabbia svegliando anche tutti gli altri animali della savana, ma sua moglie che aveva sentito tutto con fare niente affatto titubante ordino’ al marito di andare a risolvere la situazione.

Il capo col suo branco si mise in marcia.

Arrivati al punto, gli elefanti provarono a spingere il povero malcapitato in tutte le direzioni, ma niente sembrava funzionare.

La zebra che era ancora li con loro a dare soccorso penso’ che se tutti i piu’ grandi animali  non riuscivano nell’intento, forse con un piccolo animale avrebbero risolto ed ando’ di corsa a cercare un picchio!

Appena ne trovo’ uno lo mando’ a chiamare anche tutti gli altri suoi amici! Servivano rinforzi!

Radunati i picchi iniziarono a battere chi su un tronco chi su un altro con tutte le loro forze, liberando all’alba le zanne del povero elefante.

I picchi furono cosi’ bravi nella loro impresa che picchiettando avevano scolpito nei tronchi la faccia della zebra, che in una notte per salvare un amico aveva tenuto in piedi tutti gli animali della savana!


L’allergia di Ser Serpente.

La primavera aveva spazzato via il freddo nella fattoria di Sole regalando al giorno ore di sole piu’ lunghe ed un leggero vento primaverile che accarezzava i capelli ed i peli, di Sole e dei suoi amici animali.

Tutti erano allegri e pieni di vitalita’ ed affrontavano i giorni con gioia ed allegria, tutti tranne Ser Serpente, che ogni giorno arrivava in fattoria sempre piu’ stanco e raffreddato.

Questo non era un buon momento per Ser Serpente. Lo sapeva Sole e anche Mauretto l’orsetto e tutti gli altri.

Ser Serpente in questo periodo dell’anno soffriva di una forte allergia, dovuta al polline che volava nell’aria grazie al pappo dei pioppi.

Il venticello di questi giorni infatti portava con se’ grossi fiocchi di pappo, simili a fiocchi di neve, che portano semi di qua e di la’ tra e piante, raccogliendo nel percorso anche piccolissime particelle di polline, che vola nell’aria e sul povero Ser Serpente, costringendolo a starnutire appena soffiava un po’ di vento.

Non era solo un problema di starnutire, ma anche di occhi gonfi che impedivano a Ser Serpente di leggere le sue storielle al tramonto, ed un leggero malessere generale.

Ser Serpente era molto scocciato della situazione, perche’ non c’era nulla che potesse fare per far passare la sua allergia.

Doveva solo munirsi di pazienza ed aspettare qualche giorno che il suo povero naso e il resto del suo corpicino strisciante, si abituasse a quella nuova condizione perche’ la sua allergia sparisse da sola cosi’ come si era presentata.

Per lui non era certo una bella situazione, ma agli altri invece veniva sempre un po’ da ridere, perche’ ogni volta che Ser Serpente starnutiva, lo faceva con cosi’ tanta enfasi che gli occhialetti gli cadevano dal musetto e volavano come minimo a mezzo metro da lui.

Cosi’ poi per ritrovarli povero serpente miope come una talpa doveva sempre chiedere aiuto a Sole o a Mauretto.

“Ma quando si decide questo polline ad atterrare a terra e lasciarmi in pace?”

Commentava Ser Serpente triste, quando la sua allergia si faceva piu’ forte.

Sole, sorridendo, cercava sempre di consolarlo, ricordandogli quanto il polline sia importante per la fattoria e per tutti noi, perche’ permette agli alberi, ai fiori e alle piante di crescere e di diventare belli e forti!

“E..e….ecciu’!” Starnutiva Ser Serpente mentre Sole spiegava la storia del polline.

Ed ancora: “E..e….ecciu’!” Starnutiva ancora il serpente poverino. E di nuovo gli occhiali di Ser Serpente volarono mezzo metro da lui e mentre Sole cercava di buona pazienza di trovarli si presento’ davanti a loro due Mauretto l’orsetto, che felice, mostrava a Ser Serpente la sua invenzione:

“Amico mio, ho io la soluzione al tuo problema!”

E tiro’ fuori da dietro la schiena un casco da apicoltore con mascherina! In realta’ quel casco era di Mauretto, se lo era costruito da solo per andare di nascosto a prendere un po’ di succoso miele dalle api ogni volta che ne rimaneva senza, ma aveva fatto sufficienti provviste per prestarlo per qualche giorno a Ser Serpente.

“Con questo casco in testa vedrai che ti sentirai subito meglio e smetterai di starnutire”

Spiegava orgoglioso la sua idea Mauretto.

Ser Serpente non poteva far altro che dar retta a Mauretto e provarsi il casco.

Gli stava un po’ grande in effetti, ma almeno il polline non gli arrivava direttamente sul naso

e con quella armatura riusciva a tenere a bada la sua allergia.

Felici i due andarono in giro per la fattoria a raccontare la geniale idea di Mauretto l’orsetto e  Sole era pronta per sentire la nuovissima storia della buonanotte!

L’anatroccolo e il compleanno.

Era un Giovedi’ qualunque, o meglio era un Giovedi’ qualunque per tutti tranne che per Gino l’anatroccolo giulivo.

Gino finalmente era stato invitato alla sua prima festa di compleanno!

Una grande festa di compleanno, con palloncini, dolcetti, torta e tutti i suoi inseparabili amichetti.

Gino non stava piu’ nella pelle!

Dal momento in cui aveva ricevuto l’invito, il giorno prima, mentre era al parco con la sua mamma, non riusciva a non pensare che a quello.

Teneva stretto tra le mani quell’invito colorato come se fosse una mappa per un tesoro segreto e lo faceva vedere solo agli amichetti piu’ stretti, cioe’ la sua amica del cuore Rosetta, la gallina e il suo amico struzzo Piero.

Gino non era mai stato ad una festa di compleanno, o meglio, era stato solo a quelle che la sua mamma organizzava per lui, con i nonni e gli zii, ma quella era la prima festa dove lui e i suoi amichetti partecipavano tutti insieme, con le mamme ed i papa’ a guardarli dalla giusta distanza. Era tutto perfetto!

Il festeggiato era il suo amico di scuola materna Dario il dromedario.

Dario era il primo della sua classe a festeggiare il compleanno e quel pomeriggio avrebbe accolto tutti i suoi amichetti al “giardino dei bambini”, che altro non era che un parco pieno di giostre, scivoli e ragazzi piu’ grandi, incaricati dalla mamma di Dario, di occuparsi della festa facendo divertire i piccolini tra giochi e trucca-animali, dipingendo sul volto degli ospiti i loro supereroi preferiti.

Gino non vedeva l’ora!

Alle 16 in punto, pronto con scarpe e cappello per il sole Gino e la sua mamma si presentarono al parco indicato nell’invito.

Ma all’appuntamento non trovarono nessuno.

Non c’era nessuna traccia che di li a poco in quel luogo si sarebbe svolta una festa di compleanno. Non c’erano torte, non c’erano palloncini ne i ragazzi incaricati di occuparsi dei giochi e soprattutto non c’erano gli amichetti di Gino ed anche del festeggiato nemmeno l’ombra.

Come poteva essere che non ci fosse proprio nessuno?

La mamma e Gino sbalorditi, controllarono piu’ volte il loro invito, credendo di aver sbagliato giorno, posto o ora, ma sul biglietto erano proprio indicato quel posto quel giorno e quell’ora, ma allora come era possibile che non ci fosse proprio nessuno all’appello?

La mamma di Gino non sapeva che pesci prendere, voleva tornare a casa ed il giorno dopo informarsi dell’accaduto a scuola ma Gino era irremovibile: non si sarebbe mosso di li’ finche’ non avesse visto almeno uno dei suoi amichetti.

Eppure era certo che anche gli altri avessero ricevuto l’invito,ne parlavano da tutta la mattina, doveva essere successo per forza qualcosa.

Gino che non era un anatroccolo che si perdeva facilmente d’animo chiese a sua mamma di essere accompagnato a casa dei suoi amici, cosi’prima passarono a casa di Rosetta la gallina,dove trovarono la sua bisnonna che non sapeva assolutamente nulla, ne dellla festa, ne di dove potesse essere sua nipote e la sua mamma.

Poi si affacciarono nel cortile della casa dello struzzo Piero, ma anche li non c’era nessuno. Solo un grosso spaventapasseri abbandonato in un campo di pomodori.

Questo era un vero mistero. Gino si sentiva sempre piu’ triste, voleva davvero festeggiare il compleanno di Dario il dromedario.

Mentre tornavano verso casa videro in lontananza Rosetta correre. Si si era proprio la sua amica Rosetta, la gallina. Ma dove andava cosi di corsa?

Gino convinse la sua mamma a correre anche loro, per cercare di raggiungerla, ma appena girato l’angolo Rosetta era sparita. Possibile? Eppure l’anatroccolo era sicurissimo di aver visto la sua amica.

Poco piu’ avanti sentirono ridere qualcuno. Gino avrebbe riconosciuto quella risata in mezzo a mille: era quella di Dario dromedario!

Ma che cosa stava succedendo? Piu’ Gino si avvicinava verso casa e piu’ riusciva a riconoscere i versetti dei suoi amichetti, ma non vedeva nessuno. Era tutto molto strano.

Poi d’improvviso mentre la mamma apriva il cancello del giardino della loro casetta sentirono tutti in coro gli amichetti di Gino gridare in coro “Buon compleanno!!!!”  

Non era il com[pleanno di Dario il dromedario, ma di Gino! L’anatroccolo giulivo! La mamma e tutti i suoi am ichetti gli avevano organizzato una bellisisima festa a sorpresa.

La prima festa con tutti gli amichetti, infatti L’invito che Gino aveva in mano non era di Dario, ma il suo, della sua festa di 4 anni.

Gino era felice adesso, ed anche i suoi amici!

L’antenato menestrello.

Sole approfittava di quelle ultime giornate dell’inverno per fare molti disegni e colorare fogli e  fogli di giornali vecchi.

Alcune volte, stufa di disegnare saliva su in soffitta a cercare qualche vecchio gioco della mamma e del papa’.

Amava salire sulla soffitta accompagnata dal gatto Leo, perche’ le sembrava ogni volta di affrontare chissa’ quale nuova avventura e di scoprire chissa’ quale segreto che apparteneva alla sua famiglia.

Come oggi per esempio, che stanca dei suoi giochi, decise insieme a Leo, di salire fin sull’ultimo piano della casa, con la vecchia chiave della porta in mano, pronta a cercare qualcosa di nuovo e di misterioso.

La porta si apri’ con un cigolio sinistro.

Sole portava sempre con se uno straccio perche’ spesso toccava cose vecchie e molto polverose ed al gatto Leo, la polvere, non piaceva affatto.

Cio’ che colpi’ la sua curiosita’ era un vecchio baule, lasciato in un angolo della soffitta.

Sopra al baule erano appoggiati molti arnesi rotti: un vecchio frullatore, una vecchia cassetta delle lettere, un vaso rotto ed altre cose che i suoi genitori invece di buttare avevano accatastato li’.

Sole ci mise un po’ prima di riuscire a liberare il baule da tutto quell’ingombro.

Una volta tolto tutto provo’ ad aprirlo, ma il coperchio era pesantissimo e non ne voleva sapere di venir via.

Sole provo’ piu’ e piu’ volte, ma le sue braccia non avevano tutta quella forza.

Qui serviva l’aiuto di un adulto.

Sole ragiono’: il papa’ era ad un viaggio di lavoro, la mamma preparava dolci e biscotti….la nonna! Sicuramente la nonna avrebbe aiutato la bambina!

Chiese alla mamma il permesso di telefonare a sua nonna, ma anche la nonna era partita e la mamma le spiego’ che non l’avrebbe trovata in casa.

Sole decise dunque di svegliare Mauretto l’orsetto dal letargo e di chiedere aiuto a lui.

Mauretto ancora assonnato segui’ la bambina, portando con se la sua copertina.

Non aveva capito bene cosa dovesse fare, ma lo voleva fare subito, in modo da poter tornare al suo letargo.

Si era fatto i conti, aveva ancora un paio di settimane di sane dormite prima di svegliarsi definitivamente per l’arrivo della primavera.

In soffitta noto’ il baule e si rese conto di cio’ che Sole gli aveva chiesto!

Per lui che era un orso sarebbe stato un gioco da ragazzi aprire un vecchio baule, ed a quel punto era curioso anche lui di sapere cosa nascondesse all’interno. Sperava in qualche vasetto di miele abbandonato!

Aperto finalmente il baule dentro trovarono un oggetto mai visto prima: sembrava una chitarra, ma non una chitarra come quelle che aveva sempre visto Sole, questa era piu’ stretta, con meno corde e non c’era il solito buco nel mezzo.

Era troppo curiosa, doveva sapere cosa fosse quell’arnese e a chi fosse appartenuto.

Cosi’ corse giu’ dalle scale in cerca della mamma e la porto’ di sopra in un battibaleno.

Mauretto nel frattempo, scoperto che nel baule non c’era miele, decise di tornare a dormire,

appisolandosi direttamente su in soffitta.

La mamma corse insieme a sua figila per le scale ed avvicinandosi al baule sorrise divertita alla vista dello strumento.

La mamma le racconto’ che il bis bis bis nonno di Sole, da ragazzo era un menestrello e quello era il suo strumento, che si chiamava Ribeca.

Sole non sapeva cosa fosse un menestrello, cosi’ la mamma le spiego’ che i menestrelli erano degli artisti che andavano in giro di corte in corte a raccontar storie inventate con la loro fantasia, tramandate di menestrello in menestrello ed accompagnate dal suono di quello strumento molto simile ad una chitarra classica.

Sole felicissima della sua scoperta chiese di poterlo provare. La mamma acconsenti’ ma Sole non era in grado di suonarlo, ci provo’ allora Mauretto, svegliato di nuovo dalla sua piccola amica.

Che dire, Mauretto era un ottimo menestrello! Appena preso in mano lo strumento inizio’ subito a comporre della musica divertente.

Sembrava proprio fatto per lui!

Inizio’ allora anche a cantare, ma Mauretto era molto stonato e Sole e la mamma ridevano tappandosi le orecchie mentre Leo il gatto scappo’ spaventato dal gran baccano!

La Ribeca, nonostante i moltissimi anni passati sapeva ancora suonare bene e la mamma decise di regalarla a Mauretto cosi che potesse accompagnare con la musica i racconti di Ser Serpente una volta tornata la bella stagione.

Mauretto promise di prendersi cura di quell’oggetto tanto prezioso e Sole fu felice di scoprire che nella sua famiglia, tanto tanto tempo fa, era nato un artista!


L’ape ritrovata.

Un giorno Rilo, se ne stava buono buono sul suo ramo preferito a pulirsi le zampette dal fango, quando la sua attenzione fu rapita da una piccola ape che gli ronzava intorno:

“Ciao piccola ape come va?”

“Insomma…mi sono persa e non riesco a trovare il mio alveare!”

“Come hai fatto a perderti piccolina?” Chiese Rilo stupito.

“Ero a spasso da sola, per cercare dei fiori dal buon polline da portare come regalo alla mia madre regina e senza accorgermene sono volata troppo lontano, e adesso non riesco piu’ a seguire l’odore del mio alveare!”

Rilo decise immediatamente di aiutare la piccola ape a ritrovare la sua casetta e le sue amiche api e decise di farla accomodare sul suo morbido manto giallo.

Lui era piu’ grande dell’ape, avrebbe volato verso gli alveari e l’avrebbe aiutata a ritrovare il suo.

Il primo alveare Rilo cinguetto’ felice, vittorioso, ma l’ape non fece una mossa.

Rilo non capiva e chiese come mai l’ape non andava nell’alveare. Ma la piccola apetta spiego’ che ogni alveare ha un proprio caratteristico odore che e’ lo stesso odore di ogni ape che ne appartiene. Se la piccola ape si fosse avvicinata a quell’alveare, che non era il suo, le api sentinella, che stavano di giardia davanti alla porta, l’avrebbero cacciata via immediatamente e senza tanti complimenti.

Rilo adesso sapeva come aiutare la piccola ape a ritrovare la sua casetta: doveva seguire l’odore!

Molti prati e molti alveari dopo Rilo riusci’ a trovare l’alveare giusto, ma quello che accadde nel durante fu sicuramente molto piu’ bello, sia per Rilo che per l’ape, perche’ i due si raccontarono le loro vite e le loro esperienze.

La piccola ape racconto’ come loro trasformavano il polline in miele e Rilo racocnto’ delle sue avventure e dei suoi mille amici che conosceva qua e la’ volando, ogni volta che voleva, in un posto doverso della citta’!

Arrivarono all’alveare solo al tramonto, tra canti e risate. Rilo sempre volando e la piccola ape sempre aggrappata a Rilo sulla sua schiena.

Arrivati davanti l’alveare Rilo riconobbe subito l’odore: era lo stesso della sua piccola amica!

“Eccoci! Siamo arrivati!”

“Si si, e’ questa la mia casa, grazie Rilo!” Rispose l’apetta entusiasta e per ringraziare Rilo del suo aiuto la madre regina regalo’ a Rilo un po’ del suo prezioso polline che mangiato lo avrebbe reso piu’ forte per il ritorno a casa ed il suo manto dorato sarebbe diventato ancora piu’ dorato e piu’ bello.


Gennaio dispettoso.

Tantissimo tempo fa esistevano due fratelli, che si chiamano Gennaio e Febbraio.

Erano due ragazzoni alti, magri magri e con gli occhi di ghiaccio ed a volte, erano cosi’ abituati al ghiaccio dei loro occhi, che quel freddo lo trasportavano anche nel cuore.

Certo, non lo facevano con tutti, diciamo che tra di loro andavano molto daccordo, mentre con la loro vicina, la signorina merla, non erano sempre amichevoli, ma anzi, erano sempre pronti a fargli qualche brutto dispetto.

La merla poverina ci rimaneva male, cercava di parlarci, di andare daccordo con loro, ma mentre Febbraio era un bimbo con cui si poteva ragionare, Gennaio non voleva sentir ragioni: aveva deciso senza motivo che la piccola merla gli era antipatica e non c’era nessuno che riusciva a convincerlo del contrario.

Alla fine la merla aveva rinunciato alla sua amicizia.

Aspettava con pazienza che Gennaio finisse di fare tutto quel freddo dagli occhi e dal cuore, per poi uscire di nascosto dalla tana alla ricerca di buon cibo da mangiare.

In realta’ non e’ che Gennaio era cattivissimo con tutti, era invidioso della bellezza della merla, che era bianca piu’ bianca del ghiaccio degli occhi di Gennaio e questo Gennaio proprio non riusciva a sopportarlo.

Cosi’ ogni volta che la merla provava a mettere il becco fuori dal suo caldo rifugio,

Gennaio riempiva le sue grosse guancione e soffiava un vento freddo piu’ freddo mai conosciuto. Molto piu’ freddo di un congelatore.

Insomma la povera merla, ogni volta che Gennaio faceva cosi’ lo sbruffone era costretta a rientrare nella sua tana senza cibo, altirmenti sarebbe diventata una statua di ghiaccio.

Una mattina pero’ la merla aveva cosi’ tanta fame che usci’ lo stesso dal nido ed ando’ arrabbiatissima incontro a Gennaio e senza un briciolo di paura disse:

“Tanto mio caro Gennaio prima o poi dovrai lasciare il posto a tuo fratello Febbraio, che e’ piu’ buono con me e allora io usciro’ e mangero’ fino a riempire tutto il mio pancino e tu la smetterai di fare il prepotente!”

In effetti a quei tempi Gennaio era piu’ piccolo di Febbraio, Gennaio aveva 28 giorni per giocare a fare lo sbruffone, mentre Febbraio era il piu’ alto dei due, lui aveva 31 giorni per giocare.

Ma il cattivo Gennaio a sentire le parole della merla corse subito da suo fratello e gli chiese tre dei suoi giorni in prestito per continuare a soffiare il vento piu’ forte che poteva.

Febbraio non capiva il perche’ di quella richiesta ma visto che era un buono gli regalo’ i suoi tre giorni di svago, diventando lui di 28 e Gennaio di 31.

Di tutto questo la merla chiaramente ne era all’oscuro e all’indomani dei suoi calcoli, quando credeva che ormai il tempo di Gennaio fosse finito, usci’ allegra e tranquilla dal suo nido, pronta a riewmpirsi provviste, ma Gennaio appena vide il suo becco giallo si nascose dietro un albero e quando la merla fu troppo lontana dal suo nido soffio’ e soffio’ e soffio’ il vento piu’ gelido che avesse mai fatto.

Alla povera merla non rimase che cercare rifugio da qualche parte, ma il vento e la neve che cadeva fitta sui suoi occhietti le impediva di vedere bene dove fosse finita.

Rimase nascosta in quel caldo nascondiglio finche’ Gennaio non ebbe finito i suoi tre giorni in piu’ di gioco, poi appena Febbraio timidamente fermo’ tutto quel vento e quel freddo la merla usci dal suo nascondiglio sana e salva, ma invece di essere bianca come la neve, era diventata tutta nera.

La merla non si era accorta di essersi nascosta dentro la cappa di un camino e la fuliggine aveva colorato di nero le sue ali.

Ma anche se ormai aveva cambiato colore, per sempre rimase bella e libera di andare a fare provviste!


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